"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

lunedì 3 agosto 2020

I rapporti tra Turchia e Nato: dal romanzo alla realtà?

Cacciare la Turchia dalla NATO?

Da Analisi Difesa, 15 luglio 2020 di Giuseppe Cucchi



 

Cacciare la Turchia dalla NATO è indubbiamente una tentazione che si fa di giorno in giorno più incalzante, alimentata dal modo in cui il Paese anatolico, e soprattutto il suo “uomo forte” procedono sulla scena della politica internazionale, del tutto indifferenti al danno o al fastidio che alcuni dei loro atti possono provocare a quelli che – almeno in teoria – sono ancora formalmente loro alleati a tutti gli effetti.

Sono ormai parecchi anni che le cose procedono in questo modo e che l’Alleanza è sottoposta da Ankara a continue provocazioni e ricatti. Per non parlare poi di quelli che, pur senza interessare direttamente il Patto Atlantico, feriscono tuttavia o il suo pilastro europeo o quello di oltre Oceano.


Così gli Stati Uniti si sono visti negare in più occasioni l’uso di basi che pure in alcuni momenti sarebbero risultate preziose. Un rifiuto, tra l’altro, che in alcuni casi si è anche chiaramente configurato come un sostegno indiretto fornito da Erdogan a regimi o movimenti islamici estremisti.

Così l’Unione Europea è stata e rimane costantemente sottoposta al ricatto dei profughi-migranti che ha avuto il torto di accettare la prima volta invece di sigillare ermeticamente le proprie frontiere e mandare al diavolo chi proponeva il baratto. Ed in materia di ricatti si sa che chi cede una volta…..

Così l’intero Occidente ha dovuto accettare prima che Ankara si crogiolasse con l’ISIS in una apparente neutralità che in molte occasioni sconfinava in aperta complicità, poi che essa attaccasse, oltretutto servendosi per buona parte di milizie irregolari legate all’estremismo islamico, quei curdi che erano stati i nostri migliori alleati nel crogiolo medio orientale.

Così una serie di decisioni unilaterali di Ankara ha portato il disordine nelle acque mediterranee, cambiato le carte sul tavolo in Libia, ridato fiato ad una “Fratellanza Musulmana” che si sperava ridotta agli estremi e, ultimamente, restituito alla condizione di moschea la chiesa di Santa Sofia ad Istanbul, nonostante ciò potesse suonare come uno schiaffo deliberatamente inflitto all’intero ecumene cattolico ed ortodosso.

Quanto all’Alleanza Atlantica poi, essa è stata direttamente ferita dalla decisione di Erdogan di acquistare armamenti controaerei e reattori nucleari in Russia, una decisione su cui il Presidente turco non ha più acconsentito a ritornare nonostante gli sia costata il blocco della prevista fornitura statunitense di aerei F-35.

Ce ne è abbastanza per iniziare a considerare la Turchia non più come un fedele alleato, come essa era vista ai tempi di quel controllo militare sul paese di fronte a cui le nostre democrazie storcevano il naso incapaci di rendersi conto della sua funzione di estrema garanzia, bensì come un pericolo immanente, un costante elemento di destabilizzazione per tutta quella area mediterranea che per la NATO è di estremo interesse?

Certamente sì, e sarebbe a questo punto anche il caso di chiederci che cosa ci stia a fare un membro di questo genere in seno ad una Alleanza che dovrebbe essere il faro della sicurezza, della stabilità e della democrazia in tutta l’area Nord Atlantica.

Oltretutto lo status di membro della Turchia potrebbe permetterle , in un domani che si spera resti ipotetico, di paralizzare qualsiasi eventuale azione dell’Alleanza che risulti  non di suo gradimento .
Non sembra comunque che l’urgenza del problema di che cosa fare di questo alleato a dir poco scomodo sia sentita come tale dai vertici della NATO che sino ad oggi, probabilmente procedendo su una linea condivisa con il “Grande Fratello” americano, si sono rifiutati di iniziare qualsiasi discussione anche informale al riguardo.

A chi poneva dall’esterno la domanda sono state cosi opposte costantemente le medesime due obiezioni. La prima, di carattere formale, consiste nel fatto che il Trattato del Nord Atlantico, pur prevedendo esplicitamente il caso e la procedura per il ritiro volontario di un membro dall’Alleanza, non si esprime invece sull’eventualità che esso venga invitato, o costretto, ad andarsene dalla volontà congiunta di tutti gli altri associati.

Quello che non viene mai indicato è però come un altro articolo sancisca come basterebbe la richiesta di un solo partner per aprire la via ad una eventuale revisione che consenta di rimediare alla mancanza.
La seconda obiezione, di carattere storico/pratico questa volta, è centrata poi sul modo in cui, anche nei momenti più delicati della sua e della loro storia, la NATO non abbia mai considerato provvedimenti tanto drastici nei riguardi dei propri membri.

Al massimo essa si è limitata ad applicare nei loro confronti quella specie di “periodo di quarantena” non dichiarato che nella pratica, anche se non formalmente, li escludeva dalle maggiori decisioni.
Si trattò di un provvedimento che venne a suo tempo utilizzato verso la “Grecia dei Colonnelli”, verso il “Portogallo della rivoluzione dei garofani ” ed anche nei riguardi dell’Italia, per lo meno nel 1976 allorché sembrava che il PCI di Berlinguer potesse diventare maggioritario nel nostro paese.

Anche qui vi è comunque qualcosa che non viene detto esplicitamente. La quarantena dei reprobi di turno fu resa infatti possibile da una silente approvazione del provvedimento da parte degli interessati che trovarono più conveniente tacere e continuare a rimanere membri piuttosto che finire col rischiare di mettere in discussione la loro appartenenza alla Alleanza, con tutto ciò che da tale condizione derivava.

 

Non sembra che in questo momento tale sia il caso né della Turchia né del Presidente Erdogan che ne è l’espressione pubblica di vertice.  Basta far mente locale alla feroce arroganza con cui egli ha definito “intromissione negli affari interni turchi ” le civili proteste di buona parte del mondo nei riguardi della trasformazione in moschea di Santa Sofia per rendersi infatti conto di come Ankara reagirebbe nel vedersi silenziosamente esclusa dai giochi maggiori della Alleanza.

Cosa fare allora? E per quanto continuare a sopportare un rosario di eventi e di forzature collegate l’una all’altra che ricorda molto tanto nel modo, quanto negli effetti, quanto infine nell’impatto sulla opinione pubblica occidentale quello che fu il comportamento delle grandi dittature europee negli anni Trenta del secolo scorso?

Certo, perdere la Turchia significherebbe lasciare quasi sguarnito il fianco sud-est della nostra Alleanza e ciò potrebbe rivelarsi poco prudente, almeno sino a quando rimarranno aperti con la Russia i vari contenziosi in atto.

 

Link originale: https://www.analisidifesa.it/2020/07/cacciare-la-turchia-dalla-nato/

sabato 18 luglio 2020

La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia



"È mio desiderio e mio dovere parlare a tutti voi apertamente di ciò che sta accadendo alla radio e alla televisione, e se quello che dico è irresponsabile, allora io solo sono da ritenere responsabile. La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia.

E se fra cinquanta, o cento anni degli storici vedranno le registrazioni settimanali di tutti e tre i nostri network, si ritroveranno di fronte a immagini in bianco e nero o a colori, prova della decadenza, della vacuità e dell'isolamento dalla realtà del mondo in cui viviamo.

Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti.

C'è un'allergia insita in noi alle notizie spiacevoli o disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza.

Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l'abbondanza e non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci, isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando ormai sarà troppo tardi per rimediare.


Ho iniziato dicendo che la storia la facciamo noi.

Se continueremo così, la storia prima o poi si vendicherà e il castigo non impiegherà molto ad arrivare.

Una volta tanto elogiamo l'importanza delle idee e dell'informazione.

Sogniamo anche che una qualche domenica sera lo spazio occupato normalmente da Ed Sullivan sia occupato da un attento sondaggio sullo stato dell'istruzione in America.

E che una o due settimane dopo lo spazio occupato normalmente da Steve Allen sia dedicato a uno studio approfondito della politica americana in Medio Oriente.

Forse l'immagine dei rispettivi sponsor ne risulterebbe danneggiata? Forse i loro azionisti si lamenterebbero e infurierebbero?

Che cosa potrebbe succedere oltre al fatto che qualche milione di persone sarebbe più informato su argomenti che possono determinare il futuro di questo paese e di conseguenza anche il futuro di queste aziende.

A coloro che dicono: la gente non starebbe a guardare, non sarebbe interessata, è troppo compiaciuta, indifferente e isolata, io posso solo rispondere: ci sono, secondo la mia opinione, delle prove inconfutabili contro questa tesi.

Ma anche se avessero ragione, che cosa avrebbero da perdere?

Perché se avessero ragione e questo strumento non servisse a nulla se non a intrattenere, divertire e isolare, i suoi effetti positivi si starebbero dissolvendo e presto la nostra battaglia sarebbe perduta.

Questo strumento può insegnare, può illuminare, sì, può anche essere fonte di ispirazione, ma può farlo solo ed esclusivamente se l'essere umano deciderà di utilizzarlo per questi scopi. Altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici e valvole in una scatola. Buona notte e buona fortuna."


Edward R. Murrow (David Strathairn) dal film „Good night, and good luck“

 

sabato 4 luglio 2020

Lo sdoganamento della pedofilia

Pedofilia sdoganata: "L'esito della liberazione sessuale"

 


La Nuova Bussola Quotidiana, 29 settembre 2017

 

"Se il sesso non ha uno scopo, basta dire che il bambino è "libero" e il gioco è fatto". Don Di Noto svela la strategia delle lobby pedofile sostenute da circoli di potere, intellettuali e della moda: diffondono libri e immagini per normalizzare quello che invece dovrebbe essere denunciato come il più grande crimine umano. Segnalati casi di abuso anche su neonati. 

Dopo l'omosessualità viene ormai sdoganata dalle accademie americane, dal mondo della moda e dai tribunali, anche la pedofilia. A partire da alcuni fatti Don Fortunato Di Noto, dell’associazione Meter, che da vent’anni si batte contro la pedofilia incontrando anche le piccole e "crescenti vittime” dell’ipersessualizzazione della società, spiega le conseguenze di un sessualità privata del suo scopo. "A lungo andare non può che contemplare anche la pedofilia che viene definita "consenziente"".

 

Don Di Noto, la Corte di Cassazione nel 2013 ha confermato la pena “mite” di un 60enne perché la sua vittima, di 11 anni, sarebbe stata “consenziente” e lui “innamorato”. Allo stesso modo il tribunale di Vicenza aveva inflitto una condanna ridotta ad un macellaio di 34 anni che aveva avuto rapporti sessuali con una tredicenne. Com'è possibile?
Io non so se questi giudici si accorgono di servire il disegno della lobby pedofila. Se si comincia ad accettare che esistano i bambini cosiddetti “consenzienti”, che devono essere lasciati liberi di avere rapporti sessuali, la pedofilia sarà presto sdoganata. Non lo dico io, ma i pedofili: basta andare sui siti madre delle loro lobby per leggere di persone che si definiscono “pedofili virtuosi” per il fatto di avere rapporti con i minori solo se loro acconsentono. Ma in fondo che c’è di male se, come ormai dicono media e politici, i bambini devono essere liberi di esprimere la loro sessualità al pari degli adulti? 

 

Siamo davvero allo sdoganamento della pedofilia? Come si può sostenere che un bambino possa essere consenziente?
Sono 30 anni che si cerca di far passare la cosiddetta “pedofilia buona” e il “buon pedofilo”. Come si può sostenere che sia consenziente lo capii nel 1996 quando scoprii che esisteva un fronte nazionale di pedofili con sezione italiana. Uno di loro, con lo pseudonimo di The Slurp, aveva indirizzato una lettera ai bambini che recitava così: “Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. Bene, ricorda soltanto una cosa: se puoi dire di no, puoi anche dire di si…Se ti senti di fare qualcosa hai il diritto di farlo. Sei tu che puoi scegliere". Ed ancora : “Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti chiedono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. Questo capita spesso quando i tuoi amici sono degli adulti. Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, o con una amica adulta, può farlo andare in prigione e rovinargli la vita…Sai poi cosa capita a te quando la gente lo scopre? Vai in terapia. Terapia vuol dire che devi sottostare a qualcuno che cercherà di convincerti che tutto quello che hai fatto con il tuo amico è stata una cosa orribile e che il tuo stesso amico è una persona orribile. Possono persino darti delle medicine per calmarti. Diventi una persona malata”. 

 

Una violenza psicologica da far ribrezzo. Come non vedere, come non ribellarsi? 
Senza un consenso mondiale di tutte le legislazioni circa il fatto che i minorenni non possono esprimere alcun consenso, questa mentalità prenderà sempre più piede e le sentenze (ecco l'ultima, ndr) non faranno che sostenere le lobby pedofile, facendoci abituare all’idea che in fondo “non c’è nulla di male”. Per questo dico che se gli Stati, tutti, non riconosceranno la pedofilia come crimine contro l’umanità perderemo anche questa guerra.

 

Sembrerebbe impossibile abituarsi ad un male simile, ma di fatto lo sdoganamento è già avvenuto: la rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha pubblicato due studi dello psicologo Bruce Rind, in cui i rapporti sessuali fra adulti e bambini vengono segnalati come privi di conseguenze negative di lunga durata. Come rispondere?
Dicano quello che vogliono, ma dopo 25 anni di lavoro per combattere la pedofilia e cercare di recuperare le vittime posso dire di non averne conosciuta nemmeno una senza problemi psichici e relazionali e senza ferite profonde e dolorosissime. Ho visto vite distrutte, gente psichicamente devastata. Questi intellettuali che hanno tempo di scrivere libri dovrebbero avere il coraggio di dire queste cose alle vittime. Ne parlino alla bambina di 11 che ho incontrato di recente, abituata ad essere abusata, che i pedofili definirebbero “consenziente” perché ormai non si ribellava più e che pare una bomba ad orologeria con reazioni incontrollabili. E poi vorrei vedere il campione usato da Rind. Infatti, oltre all’esperienza, la scienza finora ha provato, con dati e campioni validi, che i traumi anche sui bambini piccolissimi di due/tre anni vengono immagazzinati dall’inconscio e si sviluppano con reazioni violente, negative e di disadattamento.

 

Stephen Kershnar, professore di filosofia della State University of New York ha tranquillamente pubblicato un libro acquistabile su Amazon, Adult-Child Sex: An Analysis, che parla della pedofilia come di uno stigma sociale paragonando il ribrezzo suscitato dalle immagini di rapporti sessuali fra adulti e bambini a quello che potrebbe suscitare il vedere immagini di rapporti sessuali fra persone obese. Come mai la vendita di questi libri non è bandita e questa gente, invece che essere accusata di istigazione al reato e di apologia della pedofilia, può continuare ad insegnare?
Ripeto, finché gli Stati non parleranno di crimine contro l’umanità tutto questo avanzerà. In Europa siamo a 18 milioni di minori abusati sessualmente, a dirlo è “telefono azzurro”. Sveglia, i pedofili non sono più la nicchia di qualche perverso. Aprite gli occhi! Tanta gente non crede alle mie denunce, anche politici e giornalisti che poi vengono qui in sede da noi e quando mostro loro il materiale che ho, c’è chi sviene, chi si indigna, anche perché l’anno scorso abbiamo denunciato l’abuso di 700 neonati.

 

Il noto sociologo americano, Mark Regneurs è pessimista perché dice che ormai la popolarità della “scienza libertina” è esplosa “negli ultimi dieci anni, con l'aiuto di fondazioni come Gill, Ford e Arcus e con complicità indiretta all’Istituto nazionale della salute americano”. Esattamente come avvenuto con l’omosessualità, sostiene Regneurs, si diffonderà anche nel modo scientifico, la menzogna per cui è tutto normale basta che sia “consenziente”. 
Anche questo è evidente. E sempre non perché lo diciamo noi, ma perché lo dicono i pedofili che ora hanno disponibilità economiche, strategie comunicative, legami con il potere. Sono loro a sperare e dire che la pedofilia sarà normalizzata come l’omosessualità. Ci sono potenti che dicono di voler difendere i bambini ma poi pensano: che c’è di male se possono esprimersi sessualmente come gli adulti?

 

Bisogna poi ricordare le immagini che plasmano il nostro pensiero, ormai sdoganate da tempo. Basti pensare alle copertine di Vogue che quasi dieci anni fa pubblicavano tranquillamente le foto di Thylane Blondeau bambina che già a 8 anni veniva immortalata in pose sexy o a petto nudo. Ci sono state proteste ma nessun arresto.
Dico ancora di più: ci sono multinazionali che producono reggiseni imbottiti per bambine basta vedere su internet immagini tremende di bimbe in pose volgari. Ma, mi chiedo, qual e la funzione del seno? Chi è un bambino? Chi un uomo?

 

A proposito il Family Educational Trust inglese ha pubblicato un report in cui spiega che il problema nasce da una cultura che accetta da anni l’attività sessuale dei minori come “una parte normarle della crescita” e “come relativamente dannosa finché resta consensuale…gli attuali approcci mirati a migliorare la salute sessuale degli adolescenti hanno facilitato permesso l'abuso sessuale di giovani vulnerabili”. C’è un legame fra questo e la pedofilia?
Mi danno del prete bacchettone perché parlo di morale. Ma se il sesso non ha uno scopo, se permane l’idea che va bene tutto, basta che sia libero, non esistono più argomentazioni razionali contro la pedofilia fatta passare come “consenziente”. Da quando lo scopo della sessualità, la generazione all’interno del matrimonio, è stato oscurato, da quando si può fare tutto se si vuole, non ci sono più argini e argomentazioni forti per dire “no”. E infatti si approvano leggi che parlano della sessualizzazione dei bambini nelle scuole come buona, favorendo così lo sdoganamento della pedofilia. Le immagini dei nudi e dei bambini-oggetto poi abituano le teste a pensare: “Che male c’è?”. In questo clima si capisce la follia delle campagne contro le spose bambine: la società è schizofrenica perché non esiste più una verità oggettiva sull’uomo che ponga i limiti al male e alla violenza.

 

Negata la legge naturale, tutto è possibile dunque.
Se elimini la natura, il suo sviluppo, la sua crescita, i suoi tempi puoi parlare del bambino come fosse un adulto con le stesse libertà e gli stessi diritti. Quello chi spera di fare dei bambini ciò che vuole.

 

Conosce le leggi canadesi sui “diritti alla sessualità” dei bambini per cui le famiglie che li indirizzerebbero diversamente dalla loro “scelta” sono denunciabili?
Si parla dei diritti dei bambini per servire un’ideologia che li vuole sessualizzati, deboli, senza identità forti. E qui ritorna la domanda: qual è il bene per i bambini? Ossia, qual è la natura e lo scopo dell’essere umano? A cosa serve la sessualità? Solo in questa prospettiva si può capire che ai bambini non si deve parlare del sesso. 

 

Ma orami si dice che tanto vale spiegarglielo dato che arrivano messaggi sessuali da ovunque.
Solo chi comprende lo scopo del vivere umano ha le ragioni chiare per vietare lo smartphone al figlio che non è in grado di difendersi dal porno dilagante online. Perché sapete cosa succede ad un bambino di 10-16 anni che vede il porno una volta cresciuto? Sapete quando cresce e vede una donna cosa pensa? A cose violente. E’ questa la società che vogliamo lasciare ai nostri figli senza interessarcene?

 

martedì 23 giugno 2020

Da Montanelli ai giorni nostri: ancora sui circuiti pedofili internazionali.

L’OSCURO LEGAME: LA SINISTRA E LA PEDOFILIA

Il Detonatore, 22/6/2020



Secondo la sinistra, la statua di Montanelli dovrebbe essere rimossa poiché negli anni Trenta, in Africa, sposò una ragazzina di dodici – forse quattordici –  anni. La vicenda del monumento al noto giornalista, s’inserisce in una più ampia campagna di demonizzazione del maschio bianco eterosessuale, definito, di volta in volta, violento, stupratore potenziale e ora anche un po’ pedofilo o, almeno, compiacente con la perversione. Ma la sinistra, può accampare una moralità superiore in materia sessuale?

Neanche per sogno. Fin dalle sue origini illuministe, ha avuto coi bambini e la sessualità un rapporto ambiguo. Il filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau, che scriveva intorno all’educazione dei fanciulli, non solo ne abbandonò tre in uno squallido orfanotrofio, ma scrisse compiaciuto di avere comprato a Venezia una bambina di dieci anni, che seppe «liberarlo» dalla depressione.

Solo durante il Sessantotto, nel contesto della cosiddetta «liberazione sessuale», le posizioni in favore della pedofilia vennero alla luce in tutto il loro orrore mascherato da «progresso». Il marxista e teorico della rivoluzione dei costumi, Gerd Koenen, sostenne giochi e attività sessuali negli asili; in compagnia del più celebre Daniel Cohn-Bendit, parlamentare europeo e autore di un testo pro-pedofilia intitolato Gran Bazar.

Negli anni Settanta, dopo che tre uomini erano stati arrestati per avere avuto rapporti sessuali con ragazzi non ancora quindicenni, il quotidiano “Libèration” pubblicò il Manifesto in difesa della pedofilia, firmato da tutta l’intellighenzia della sinistra europea (Louis Aragon, Roland Barthes, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, André Glucksman, Felix Guattari, Jack Lang, Bernard Kouchner -fondatore di Medici Senza Frontiere- Jean-Paul Sartre, Philippe Sollers, Louis Althusser, Gilles Deleuze).

In tutto il continente nacquero riviste marxiste, come “Rosa Flieder” o “Pflasterstrand”, che arrivarono a giustificare la pedofilia, chiedendo la depenalizzazione se non addirittura la legalizzazione del sesso con i bambini, il tutto in nome della «liberazione dalle pastoie borghesi» e per il «bene del bambino».

Anche il noto scrittore ed editore di sinistra Hans Magnus Enzensberger, autore dei Colloqui con Marx ed Engels,  scrisse articoli a favore delle attività sessuali coi bambini. Uno di questi si intitolava Educare i bambini nella comune e faceva riferimento alla comune socialista di Giesebrecht Strasse di Berlino.

Tra i propagandatori di queste teorie aberranti e «progressiste» ci furono anche istituti educativi ispirati alle teorie antiautoritarie della nuova sinistra, come il Rote Freiheit. Questo si dava come scopo la «produzione» di personalità socialiste. Tra gli altri vi furono il centro Libertà Rossa sostenuto dal Psychology Institute alla Free University di Berlino e la Humanistische Union.

Viene poi Michel Foucault, il santo laico delle accademie, che in un’intervista, apparsa su “Change”, nel 1977, parla del bambino come «seduttore dell’adulto». Dichiara: «Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti».

Alfred Kinsey, il «padre della rivoluzione sessuale», era un uomo con tendenze pedofile, mentalmente disturbato – si circoncise da solo con una lametta. Usò i suoi celebri Rapporti sulla sessualità umana per giustificare «scientificamente» la pedofilia.

In Italia, le cose non sono andate meglio. Dacia Maraini dichiarò la naturalità dell’incesto. Mario Mieli, il coprofago iniziatore del movimento omosessuale in Italia, considerava «opera redentiva» il sesso tra un adulto e un impubere. Dieci anni fa, la senatrice Pd Donatella Poretti, esponente dell’Associazione Luca Coscioni e vicina al mondo omosessuale, chiese l’abrogazione degli articoli 564 e 565 del Codice penale sui reati contro la morale della famiglia. L’articolo 564 del Codice penale è quello che prevede la reclusione da uno a cinque anni per chiunque commetta incesto con un discendente o un ascendente, o con un fratello o con una sorella. Il radicale Marco Cappato, deputato europeo, ha difeso al TG2 il diritto dei pedofili olandesi ad avere il loro partito, esprimendo il desiderio che la pedofilia venisse regolata da leggi: «così non ci sarebbe violenza ma soltanto amore».

Il 27 ottobre 1998, i Radicali Italiani organizzarono un convegno dal titolo Pedofilia e Internet, vecchie ossessioni e nuove critiche, promosso da Marco Pannella. Tra le ragioni del convegno si legge: «siamo certi che gli adolescenti a cui molti paesi del mondo attribuiamo la capacità di rispondere in giudizio delle proprie azioni non abbiano invece pari consapevolezza e responsabilità nell’ambito sessuale? In ogni caso in uno Stato di diritto, essere pedofili, proclamarsi tali, o anche sostenerne la legittimità non può essere considerato reato».

La sinistra, per decenni, ha sostenuto la pedofilia in nome dell’«Amore» e del «Bene», presentando una pratica mostruosa come «liberazione».

                               Davide Cavaliere


Link originale: http://www.ildetonatore.it/2020/06/22/loscuro-legame-la-sinistra-e-la-pedofilia/?fbclid=IwAR0PQAM7X-PsS986HI4x98Ib6Pfu_7cMqoWNRSePWZOyF1wt-Hsd3LIiAAQ

domenica 14 giugno 2020

The coronation: l'eterno stato di emergenza.

L’incoronazione

Charles Eisenstein, April 2020





Per anni, abbiamo stirato la normalità  quasi fino ad arrivare allo strappo, , una corda sempre più tesa, che aspetta  la beccata del cigno nero[1] per spezzarla in due. Ora che la fune si è spezzata, rileghiamo di nuovo le estremità, o sciogliamo le sue frange penzolanti per vedere che cosa potremmo tessere con esse?

Il Covid-19 ci  mostra che quando l'umanità è unita in una causa comune,  un cambiamento straordinariamente rapido diventa possibile. Nessuno dei problemi del mondo è tecnicamente difficile da risolvere; essi hanno origine in un disaccordo umano. Quando c’è coerenza, i poteri creativi dell'umanità sono illimitati. Qualche mese fa, la proposta di bloccare i viaggi aerei commerciali sarebbe sembrata assurdo. Lo stesso vale per i cambiamenti radicali che stiamo facendo nel nostro comportamento sociale, nell'economia e nel ruolo che il governo ha nella nostra vita. Il Covid dimostra il potere della nostra volontà collettiva quando siamo d'accordo su ciò che è importante. Cos'altro potremmo ottenere agendo in coerenza? Cosa vogliamo raggiungere e quale mondo creeremo? Questa è sempre la domanda che segue quando qualcuno si risveglia al proprio potere.

Il Covid-19 è come un intervento di riabilitazione che rompe la dipendenza dalla normalità. Interrompere  una dipendenza significa renderla visibile; significa trasformarla da una compulsione ad una scelta. Quando la crisi si placherà, forse avremo l’occasione di chiederci se vogliamo tornare alla normalità, o se forse abbiamo colto  qualcosa durante questa pausa  dalla routine, che vogliamo portare nel futuro. Potremmo chiederci, dopo tanti posti di lavoro persi , se tutti quei mestieri sono veramente necessari, e se il nostro lavoro e la nostra creatività potrebbero essere meglio applicati altrove. Potremmo chiederci, dopo averne fatto a meno per un po', se abbiamo davvero bisogno di  tanti viaggi aerei, di vacanze a Disneyworld o di mostre-mercato. Quali parti dell'economia vorremmo ripristinare e quali lasciar perdere? Ed ancor più seriamente,quali delle cose che ci vengono  sottratte in questo momento (libertà civili, libertà di aggregazione, sovranità sui nostri corpi, raduni di persona, abbracci, strette di mano e vita pubblica) dovremo riconquistare esercitando la nostra volontà, personale e politica ?

Per gran parte della mia vita ho avuto la sensazione che l'umanità si stesse avvicinando a un bivio. La crisi, il crollo, la rottura erano sempre imminenti, proprio dietro l'angolo, ma non arrivavano mai. Come quando si percorre una strada, e più avanti lo si vede, si vede il bivio. È appena sopra la collina, dietro la curva, oltre i boschi. Arrivati in cima della collina si realizza d’essersi sbagliati, era un miraggio, era più lontano di quanto si pensasse. Si continua a camminare. A volte lo si vede, a volte scompare dalla vista e sembra che la strada continui per sempre. Forse non c'è un bivio. No, eccolo di nuovo! Sembra sempre quasi qui. Non è mai qui.

Ora, all'improvviso, facciamo una curva ed eccolo di fronte a noi. Ci fermiamo, stentiamo a credere che stia succedendo ora, dopo anni in cui siamo stati obbligati a stare sulla strada dei nostri predecessori, stentiamo a credere di avere finalmente una scelta. Abbiamo ragione a fermarci, sbalorditi dalla novità della nostra situazione. Ci sono centinaia di percorsi che si irradiano davanti a noi. Alcuni conducono nella stessa direzione in cui siamo già stati diretti. Alcuni portano all'inferno sulla terra. E alcuni portano ad un mondo più sano e più bello di quanto abbiamo mai osato credere fosse possibile.

Scrivo queste parole con l'obiettivo di stare qui insieme a voi - frastornato, forse spaventato, ma anche con un senso di nuova possibilità - in questo punto in cui i sentieri divergono. Osserviamo alcuni di essi e vediamo dove conducono.

* * *

La scorsa settimana ho sentito la seguente storia da un'amica. Si trovava in un alimentari e ha visto una donna singhiozzare nel corridoio. Trasgredendo le regole di distanziamento sociale, è andata dalla donna e l'ha abbracciata. “Grazie”, ha detto la donna, “è la prima volta che qualcuno mi abbraccia negli ultimi dieci giorni”.

Stare senza abbracci per alcune settimane sembra un piccolo prezzo da pagare se tale rinuncio  aiuta ad arginare un'epidemia che potrebbe costare milioni di vite. Vi è una motivazione importante per il distanziamento sociale nel breve termine: la prevenzione di  un'improvvisa ondata di casi di Covid che travolga il sistema medico. Vorrei porre tale motivazione in un contesto più ampio, soprattutto se guardiamo in una prospettiva a lungo termine. Per evitare di istituzionalizzare la distanza e di ricostruire la società attorno ad essa, cerchiamo di essere consapevoli di quale scelta stiamo facendo e perché.

Lo stesso vale per gli altri cambiamenti che accadono intorno all'epidemia di coronavirus. Alcuni commentatori hanno osservato come si inseriscano perfettamente in un programma di controllo totalitario. Un pubblico spaventato accetta riduzioni delle libertà civili che altrimenti sarebbero difficili da giustificare, come il monitoraggio costante dei movimenti di ognuno, le cure mediche forzate, la quarantena involontaria, le restrizioni ai viaggi e alla libertà di aggregazione, la censura di ciò che le autorità considerano disinformazione, la sospensione dell'habeas corpus e l'utilizzo di sorveglianza militare per i civili. Molti di questi provvedimenti erano in corso prima del Covid-19; fin dal suo avvento, sono stati irrefrenabili. Lo stesso vale per l'automazione del commercio, il passaggio dalla partecipazione a sport e intrattenimento alla visione su schermo, la migrazione della vita dagli spazi pubblici a quelli privati, il passaggio dalle scuole locali all'istruzione online, il declino dei negozi fisici, ed il trasferimento del lavoro umano e del tempo libero sugli schermi. Il Covid-19 sta accelerando tendenze politiche, economiche e sociali preesistenti.

A breve termine, tutto quanto menzionato sopra è giustificato dal fatto di appiattire la curva (la curva di crescita epidemiologica); tuttavia stiamo anche sentendo parlare molto di una “nuova normalità”; vale a dire, le modifiche potrebbero non essere affatto temporanee. Poiché la minaccia di una malattia infettiva, come la minaccia del terrorismo, non scompare mai, le misure di controllo possono facilmente diventare permanenti. Se stessimo andando comunque in questa direzione, significherebbe che l'attuale giustificazione deve far parte di un impulso più profondo. Analizzerò questo impulso in due parti: il riflesso del controllo e la guerra alla morte. Una volta compresi questi aspetti dell’impulso, emerge un'opportunità iniziatica, che stiamo già vedendo sotto forma della solidarietà, della compassione e della cura che il Covid-19 ha ispirato.

Il riflesso del controllo

Al momento in cui scrivo, le statistiche ufficiali dicono che circa 25 mila persone sono morte per il Covid-19. Quando avrà fatto il suo corso il bilancio delle vittime potrebbe essere dieci o cento volte più grande, o persino mille volte, se le ipotesi più allarmistiche si avverassero. Ognuna di queste persone ha dei cari, ha famiglia e degli amici. La compassione e la coscienza ci chiamano a fare il possibile per evitare inutili tragedie. Questo mi tocca da vicino: la mia carissima ma fragile madre è tra i più vulnerabili a una malattia che uccide soprattutto gli anziani e gli infermi.

Quali saranno i numeri finali? È impossibile rispondere a questa domanda nel momento in cui scrivo. I primi rapporti erano allarmanti; per settimane il numero ufficiale di Wuhan, diffuso ininterrottamente dai media, è stato uno scioccante 3,4%. Ciò, unito alla sua natura altamente contagiosa, indicava decine di milioni di morti in tutto il mondo, o addirittura fino a 100 milioni. Più recentemente le stime sono precipitate, in quanto è diventato evidente che la maggior parte dei casi sono lievi o asintomatici. Siccome i test sono stati deviati verso i malati gravi, il tasso di mortalità è apparso artificialmente alto. In Corea del Sud, dove sono state testate centinaia di migliaia di persone con sintomi lievi, il tasso di mortalità riportato è di circa l’1%. In Germania, i cui test si estendono anche a persone con sintomi medi, la fatalità è circa 0,4%. Un articolo recente nella rivista “Science” sostiene che l’86% degli casi delle infezioni non è stato documentato, il che indica un tasso di mortalità molto inferiore rispetto a quello attuale nel mondo.

La storia della nave da crociera Diamond Princess rafforza questo punto di vista. Delle 3711 persone a bordo, circa il 20% è risultato positivo al virus; meno della metà aveva sintomi, e otto sono morti. Una nave da crociera è un ambiente perfetto per il contagio, e c’era tempo sufficiente perché il virus si diffondesse a bordo prima che qualcuno potesse fare qualcosa, eppure soltanto un quinto era infetto. Inoltre, la popolazione era altamente tendente verso l’età anziana (come la maggior parte delle navi da crociera): quasi un terzo dei passeggeri aveva più di 70 anni, e più della metà aveva più di 60. Un gruppo di ricerca, considerando il gran numero di casi asintomatici, ha concluso che il vero tasso di mortalità in Cina si aggira attorno allo 0,5%, che è ancora cinque volte superiore all’influenza. Basandomi su quanto sopra (e calcolando una demografia molto più giovane in Africa e in Asia del Sud e Sud-est) la mia stima è attorno a 200-300mila morti negli Stati Uniti (di più se il sistema sanitario è sopraffatto, di meno se le infezioni sono dilatate nel tempo) e 3 milioni globalmente. Sono cifre serie. Il mondo non viveva qualcosa di simile dalla pandemia dell'influenza di Hong Kong nel 1968/9.

Le mie ipotesi potrebbero facilmente differire dal reale di un ordine di grandezza. Ogni giorno i media riportano il numero totale dei casi di Covid-19, ma nessuno ha idea di quale sia il numero reale, perché soltanto una minima parte della popolazione è stata testata. Se decine di milioni avessero il virus, in modo asintomatico, non lo sapremmo. A complicare ulteriormente la questione è il numero elevato di falsi positivi per i test fatti, forse fino all’80%. (Vedi qui per incertezze ancora più allarmanti sull’accuratezza dei test). Ripeto: nessuno sa cosa sta succedendo veramente, io compreso. Rendiamoci consapevoli di due tendenze contraddittorie nelle vicende umane. La prima è la tendenza dell’isteria a nutrirsi di se stessa, a escludere dati che non fanno il gioco della paura, e a creare un mondo a sua immagine. La seconda è la negazione, il rifiuto irrazionale delle informazioni che potrebbe interrompere la normalità e il comfort. La nota domanda di Daniel Schmactenberger è: “Come fai a sapere che quello che credi è vero?”.

giovedì 21 maggio 2020

"L'Unione Europea deve ritirarsi per sopravvivere"

Opinion European Union The EU must retreat to survive

 

For both pragmatic and democratic reasons, it would be lunacy to sue the German government

 




GIDEON RACHMAN MAY 18 2020

Anybody who has worked in Brussels will be familiar with the bicycle theory of European integration. The idea is that unless the EU keeps moving forward, it will fall over and crash. But the bicycle theory is dangerously out of date. To survive, the EU actually needs to find a brake and a reverse gear. The alternative is a potentially fatal collision between the EU’s institutions and its nations. The chances of conflict have risen dramatically following a German constitutional court ruling that places Germany in direct confrontation with both the European Central Bank and the European Court of Justice.

The German court, based in Karlsruhe, ruled that the ECB’s bond-buying programme — which has helped keep the European single currency afloat — failed a “proportionality test” by not taking into account its broad economic effects. It also stated that the ECJ had been acting beyond its authority, when it declared the ECB’s bond-buying legal. Ardent supporters of the EU have reacted with horror to the German court’s actions. Some have argued that the Karlsruhe ruling has “put the entire EU legal order in jeopardy” and that the European Commission must respond with “infringement proceedings” — in other words, take Germany to court.


My own view is that, for both pragmatic and democratic reasons, it would be lunacy for the EU to sue the German government. Germany is the biggest country in the EU and the largest contributor to its budget. The EU cannot be built in opposition to its member states — least of all Germany. The club can survive Brexit. But without Germany, there would be no EU. Opinion polls in Germany suggest that the constitutional court is the most respected institution in the country.

The Bundesbank is also traditionally regarded as a key guardian of Germany’s postwar democracy — and a guarantee that the hyperinflation of the Weimar Republic years will never return. For the EU to humble two of the most important pillars of Germany’s postwar stability would invite a public backlash. If Germany was behaving in a fundamentally undemocratic manner, then this kind of fatal confrontation might be an unavoidable obligation. But, while it is possible to dispute both the economic and the legal logic behind the Karlsruhe ruling, there is no suggestion that the court has acted in an undemocratic or improper manner.


The EU view is that the ECJ is the higher court and outranks Karlsruhe. But, if the EU starts infringement proceedings, the dispute between the ECJ and Karlsruhe would be arbitrated by the ECJ itself — a circular situation that would instantly undermine the moral force of its ruling. It is true that letting the Karlsruhe court ruling stand is not a trivial matter. At worst, it poses real risks both to the survival of the euro and to the EU’s efforts to remain a club of liberal democracies.

Hungary and Poland — whose governments are rapidly eroding their national democracies — have both seized upon the Karlsruhe ruling to justify their own efforts to ignore EU law. It was predictable that the Hungarian government, led by Viktor Orban, would react in this way. But Mr Orban is an unscrupulous character who — much like the US’s Donald Trump — will use any argument, however spurious, to justify what he was going to do anyway. In reality, the Hungarian and Polish cases are very different from that of Germany. The governments in Warsaw and Budapest are genuinely undermining the independence of their courts.


By contrast, the Karlsruhe court has demonstrated its freedom from political influence, with a ruling that is highly inconvenient for Berlin. EU infringement proceedings against Hungary and Poland are justified, given that their democratic institutions are genuinely under threat. But, in the long run, the fate of Hungarian and Polish democracy will be decided within those two countries, not by Brussels.

The Karlsruhe ruling also has dramatic implications for Europe’s single currency. It is widely believed the economic shock caused by Covid-19 means that continued radical action by the ECB is the only thing that stands between the EU and another debt crisis. If the German courts tie the hands of the ECB (or prevent the Bundesbank participating in ECB programmes), then the survival of the euro might be in question. But there should be a democratic way out of this. German opponents of the Karlsruhe decision argue that the judges reflect only a small conservative faction, within their country.

If that is true, it is open to Berlin to try to amend the German constitution or the EU treaties, to make it absolutely explicit that the ECB’s actions are legal. If Berlin cannot win that argument at home — or in the wider EU context — then Germany may have to consider leaving the European single currency. Even raising that issue could provide a helpful clarity. It might persuade the Germans that the ECB’s actions are not so unacceptable, after all. Or it might persuade Berlin’s European partners that they need to do more to respect German misgivings about the management of the euro. That kind of fundamental debate is overdue.


The EU’s survival cannot be secured simply by pedalling the federalist bicycle ever harder. The direction of travel also needs to be reassessed, debated and agreed.

gideon.rachman@ft.com


Link originale: https://www.ft.com/content/22febd2a-98e0-11ea-adb1-529f96d8a00b

domenica 17 maggio 2020

Come il COVID-19 ridisegnerà le relazioni tra Stato e cittadini

COVID-19 Will Reshape Our Relationship with the State

Chathamhouse.org, 12 May 2020


 

Although it is not yet known how coronavirus impacts on politics, it will almost certainly fundamentally reshape the relationship between citizen and state.

 

Professor Matthew Goodwin

Visiting Senior Fellow, Europe Programme

@GoodwinMJ


Those who believe in cyclical theories of history argue the infamous stock market crash of 1929 signalled the failure of markets and paved the way for a bigger state, which then led to the New Deal in America and welfare states in Europe.

Fast forward to the 1970s and it was the turn of the state to overreach as big government proved unable to resolve intractable economic and social problems. This paved the way for the return of the markets via Reaganism and Thatcherism and an economic consensus that even centre-left social democrats ended up accepting.

Now fast forward again to where we are today. Some contend that in years to come we will look back at the coronavirus crisis as a major corrective, because the Great Recession of 2008-2012 arrived after the markets had once again overreached and - together with the Great Lockdown - these two crises are paving the way for a much bigger and more interventionist state.

 

Fiscal conservatism in retreat


Although I remain broadly sceptical of cyclical theories, the sheer scale of government spending as a percentage of GDP and the mounting piles of national and global debt certainly do underline how - for now - free markets and fiscal conservatism are in retreat.

Inevitably, a new era of big government and big debt creates huge effects even if we do not see them for some time. Higher taxation, a squeeze on the wealthy through tax and public pressure for greater scrutiny and transparency, and public expenditure cuts, to name a few.


Although it is not hard to see how populists can make hay from this, COVID-19 might impact how citizens view the state anyway, especially as it has now come to their rescue on two occasions in little over a decade.

The result could be a broader public acceptance of larger and more interventionist governments and a willingness to experiment in state-led instruments, particularly among younger generations with no real memory of the pre-2008 era. Economic liberals and free marketeers are on the back foot and, once again, will have to restate their case.


These debates are here for the long-term. The so-called 'Ratchet Effect' means we expect after a major crisis that the size of government does not revert to pre-crisis levels. In the aftermath of both world wars, a massive expansion of state responsibilities and spending commitments saw a larger role for the state generally accepted in wider society. This made sense but eventually led to big inefficiencies. Political leadership is needed to know when and how to cut back the state.


Increased visibility of the working-class during coronavirus - from Amazon couriers and postal workers to tube and bus drivers - might also push us out of an era of class division and into greater 'cross-class solidarity' and a stronger social fabric. Studies suggest that previous pandemics saw collective anger at low wages and poor working conditions combining with workers becoming aware of their indispensable role in the economy, and led to both wage increases and better working conditions.

But, while some of this might be true, emerging evidence shows it looks fairly certain the Great Lockdown will actually exacerbate divides in our society that began to sharpen a few decades ago, and were then worsened by the Great Recession.


It is clear the virus has uneven effects, both in health and economic terms. Low-income 'precariat' workers in the low-skilled service sector and gig economy and those with few educational qualifications are the hardest hit by the economic fallout, and are also more likely to have the underlying health conditions that magnify the physical impact of the virus itself.

Data suggests people from black and minority ethnic groups are more likely to die of the disease than white people. And we also now know that in the UK working age population, it is male construction workers, nurses, security guards and taxi drivers – ‘elementary workers’ - who are most likely to suffer disproportionately high death rates. Overall, working class C2DE voters were also more likely to vote Conservative at the last general election.

In the US, research suggests more than 80 percent of the jobs affected by the crisis are held by low-income workers while, in the UK, typical pay for the most disrupted workers in 'shutdown sectors' is less than half the pay of those able to work from home.


The wealthy and professional middle-classes insulated from the negative effects of globalization will still feel the effect of coronavirus – especially those with elderly parents. But overall they will be much better sheltered from its adverse economic effects.


The finding that more than seven in ten high-income Americans are able to work from home compared to just four in ten of their low-income counterparts speaks to how these different social classes are having - and will continue to have - fundamentally different experiences of this crisis.

In the short-term, our self-isolation was compulsory. But in the longer-term it will become voluntary. And then it will become an economic luxury, which also fits with the general story of pandemics in the past.


Because, contrary to the narrative they can be a ‘great leveller’, recent work actually finds most pandemics lead to a ‘persistent and significant increase in the net Gini measure of inequality’. Five years after a pandemic hit, it was those with fewer educational qualifications and skills who suffered the most - the very same groups that have been driving much of the political volatility we have been witnessing over the past decade.


Although we will not know how this crisis impacts on politics for a long while, we do know it will almost certainly fundamentally reshape the relationship between citizen and state.


Link originale: https://www.chathamhouse.org/expert/comment/covid-19-will-reshape-our-relationship-state