"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

giovedì 23 gennaio 2020

Rapporto OXFAM: la ricchezza globale resta concentrata al vertice della piramide distributiva

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.
Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.
Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.
In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.
In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.
Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).
Nel report Time to care – Avere cura di noi, che pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettono a repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.
Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.
Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.
Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noi presta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente, soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.
Basti pensare che:
  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.
Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.
È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.


mercoledì 22 gennaio 2020

Cyber-sorveglianza: il cellulare di Jeff Bezos infettato con malware dal principe saudita


Jeff Bezos hack: Amazon boss's phone 'hacked by Saudi crown prince'

Exclusive: investigation suggests Washington Post owner was targeted five months before murder of Jamal Khashoggi

THE GUARDIAN, Stephanie Kirchgaessner in Washington

The Amazon billionaire Jeff Bezos had his mobile phone “hacked” in 2018 after receiving a WhatsApp message that had apparently been sent from the personal account of the crown prince of Saudi Arabia, sources have told the Guardian.
The encrypted message from the number used by Mohammed bin Salman is believed to have included a malicious file that infiltrated the phone of the world’s richest man, according to the results of a digital forensic analysis.

This analysis found it “highly probable” that the intrusion into the phone was triggered by an infected video file sent from the account of the Saudi heir to Bezos, the owner of the Washington Post.
The two men had been having a seemingly friendly WhatsApp exchange when, on 1 May of that year, the unsolicited file was sent, according to sources who spoke to the Guardian on the condition of anonymity.
Large amounts of data were exfiltrated from Bezos’s phone within hours, according to a person familiar with the matter. The Guardian has no knowledge of what was taken from the phone or how it was used.
The extraordinary revelation that the future king of Saudi Arabia may have had a personal involvement in the targeting of the American founder of Amazon will send shockwaves from Wall Street to Silicon Valley.
It could also undermine efforts by “MBS” – as the crown prince is known – to lure more western investors to Saudi Arabia, where he has vowed to economically transform the kingdom even as he has overseen a crackdown on his critics and rivals.

The disclosure is likely to raise difficult questions for the kingdom about the circumstances around how US tabloid the National Enquirer came to publish intimate details about Bezos’s private life – including text messages – nine months later.
It may also lead to renewed scrutiny about what the crown prince and his inner circle were doing in the months prior to the murder of Jamal Khashoggi, the Washington Post journalist who was killed in October 2018 – five months after the alleged “hack” of the newspaper’s owner.
Saudi Arabia has previously denied it targeted Bezos’s phone, and has insisted the murder of Khashoggi was the result of a “rogue operation”. In December, a Saudi court convicted eight people of involvement in the murder after a secret trial that was criticised as a sham by human rights experts.
Digital forensic experts started examining Bezos’s phone following the publication last January by the National Enquirer of intimate details about his private life.
The story, which included his involvement in an extramarital relationship, set off a race by his security team to uncover how the CEO’s private texts were obtained by the supermarket tabloid, which was owned by American Media Inc (AMI).

While AMI insisted it was tipped off about the affair by the estranged brother of Bezos’s girlfriend, the investigation by the billionaire’s own team found with “high confidence” that the Saudis had managed to “access” Bezos’s phone and had “gained private information” about him.
Bezos’s head of security, Gavin de Becker, wrote in the Daily Beast last March he had provided details of his investigation to law enforcement officials, but did not publicly reveal any information on how the Saudis accessed the phone.
He also described “the close relationship” the Saudi crown prince had developed with David Pecker, the chief executive of the company that owned the Enquirer, in the months before the Bezos story was published. De Becker did not respond to calls and messages from the Guardian.
The Guardian understands a forensic analysis of Bezos’s phone, and the indications that the “hack” began within an infected file from the crown prince’s account, has been reviewed by Agnès Callamard, the UN special rapporteur who investigates extrajudicial killings. It is understood that it is considered credible enough for investigators to be considering a formal approach to Saudi Arabia to ask for an explanation.
Callamard, whose own investigation into the murder of Khashoggi found “credible evidence” the crown prince and other senior Saudi officials were responsible for the killing, confirmed to the Guardian she was still pursuing “several leads” into the murder, but declined to comment on the alleged Bezos link.
When asked by the Guardian whether she would challenge Saudi Arabia about the new “hacking” allegation, Callamard said she followed all UN protocols that require investigators to alert governments about forthcoming public allegations.

Saudi experts – dissidents and analysts – told the Guardian they believed Bezos was probably targeted because of his ownership of the Post and its coverage of Saudi Arabia. Khashoggi’s critical columns about Mohammed bin Salman and his campaign of repression against activists and intellectuals rankled the crown prince and his inner circle.
Andrew Miller, a Middle East expert who served on the national security council under President Obama, said if Bezos had been targeted by the crown prince, it reflected the “personality-based” environment in which the crown prince operates.
“He probably believed that if he got something on Bezos it could shape coverage of Saudi Arabia in the Post. It is clear that the Saudis have no real boundaries or limits in terms of what they are prepared to do in order to protect and advance MBS, whether it is going after the head of one of the largest companies in the world or a dissident who is on their own.”

The possibility that the head of one of America’s leading companies was targeted by Saudi Arabia could pose a dilemma for the White House.
Trump and his son-in-law Jared Kushner have maintained close ties with the crown prince despite a US intelligence finding – reportedly with a medium–to–high degree of certainty – that Mohammed bin Salman ordered Khashoggi’s murder.
Both Saudi Arabia and AMI have denied that the kingdom was involved in the publication of the Bezos story.
A lawyer for Bezos who was contacted by the Guardian said: “I have no comment on this except to say that Mr Bezos is cooperating with investigations.”
The Guardian asked the Saudi embassy in Washington about the claims. It did not immediately return a request for comment but later said on Twitter that suggestions Saudi Arabia was responsible for the hack were “absurd”.


Link originale: https://www.theguardian.com/technology/2020/jan/21/amazon-boss-jeff-bezoss-phone-hacked-by-saudi-crown-prince

lunedì 20 gennaio 2020

USA: preoccupazione sulle telecamere a riconoscimento facciale

US lawmakers concerned by accuracy of facial recognition

BBC, 16 January 2020

US politicians expressed concerns about the accuracy and growing use of facial recognition software, at a hearing on Wednesday.
The technology is being developed by firms including Amazon and Microsoft and increasingly used by law enforcement worldwide.
Some facial recognition technologies misidentify women and people of colour.
Civil liberties and privacy groups have raised concerns about how the data for these programs is being gathered.

"This is some real-life Black Mirror stuff that we're seeing here," said New York congresswoman Alexandria Ocasio-Cortez, a reference to a science-fiction TV show that explores the dark side of technology.
US lawmakers are working on a proposal for a bill to limit the use of facial recognition.
'Pause the technology'
Some tech experts have raised concerned about how growing facial recognition databases- controlled by governments and private companies - are being used.
"I think we need to pause the technology and let the rest of it catch up," said Meredith Whittaker, co-director of New York University's AI Now Institute and a witness at the hearing.
She argued rules needed to be put in place requiring consent for facial recognition software. Currently, in the US it is enough for a person to be able to see the camera to grant consent.

Ms Whittaker said corporate interest should not be allowed to "race ahead" and incorporate this technology into their systems without safeguards.
Companies that have said they are working on developing facial recognition programs include Google, Microsoft, Amazon and Facebook.
Companies collect data to build their facial recognition software in multiple ways including through CCTV footage and by scraping websites including photo-sharing sites like Flickr and Facebook.
Photo filters like the ones used on Instagram and Snapchat can also be used to hone details of faces.

Police forces in the US have pointed to the successful use of facial recognition technology to identify missing children and criminals.
But biases in the algorithms have led to misidentification. Those accused of crimes because of facial recognition software are often not told the technology has been used.
There are also concerns the technology could be used by authoritarian regimes to monitor citizens.

Countries like China already have extensive surveillance systems set up. Facial recognition makes it easier to track a person's movement.
While the technology is not flawless now, some lawmakers wondered about the implications as the technology becomes more accurate.
"If we only focus on the fact that they're not getting it right with facial recognition, we missed the whole argument," said Rep Mark Meadows, from North Carolina.
"Irrespective of its accuracy, there are intrinsic concerns with this technology and its use," Representative Gerry Connolly from Virginia told the panel.
This was the third hearing the US House of Representative Oversight Committee has held on the facial recognition technology in less than a year.



Link originale: https://www.bbc.com/news/technology-51130904

domenica 19 gennaio 2020

UE: Il lavoro a tempo parziale aumenta il rischio di povertà lavorativa?


Commissione europea

Comunicato stampa

Bruxelles, 21 gennaio 2014

Al centro del rapporto annuale su occupazione e sviluppi sociali la necessità di affrontare i rischi della povertà lavorativa

Il sensibile aumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa è una delle conseguenze sociali più tangibili della crisi economica. Per un'inversione di tendenza potrebbe non essere sufficiente una riduzione graduale dei livelli di disoccupazione, se si dovesse confermare la polarizzazione delle retribuzioni, dovuta in particolare all'aumento del lavoro a tempo parziale.

È questa una delle principali conclusioni del rapporto 2013 su occupazione e sviluppi sociali in Europa, che esamina anche l'impatto positivo che le prestazioni sociali hanno sulla probabilità di ritorno al lavoro, le conseguenze dei persistenti squilibri di genere e la dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria.
Il rapporto dimostra come l'accettazione di un posto di lavoro possa aiutare a uscire dalla povertà, anche se ciò è vero solo nella metà dei casi: molto dipende dal tipo di lavoro trovato e anche dalla composizione del nucleo familiare e dalla situazione del partner sul mercato del lavoro.
"Per una ripresa duratura, che non si limiti soltanto a ridurre la disoccupazione, ma faccia anche diminuire la povertà, dobbiamo preoccuparci non solo della creazione di posti di lavoro, ma anche della loro qualità", ha dichiarato László Andor, Commissario per l'Occupazione, gli affari sociali e l'integrazione.

Impatto positivo delle prestazioni sociali e delle indennità di disoccupazione.
L'analisi condotta nel rapporto dimostra anche che, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, i beneficiari di prestazioni di disoccupazione hanno maggiori probabilità di trovare lavoro rispetto a coloro che non ne percepiscono (a parità delle altre condizioni). Ciò vale in particolare nel caso in cui i sistemi di prestazioni siano ben congegnati (prevedano, ad esempio, prestazioni decrescenti nel tempo) e siano integrati da opportune condizioni, come l'obbligo di cercare un lavoro. Questi sistemi tendono a favorire un miglior matching delle competenze e quindi l'occupazione di posti di lavoro di maggiore qualità, aspetto questo che contribuisce a sua volta all'uscita dalla povertà.
Il rapporto sottolinea inoltre che in alcuni paesi (ad esempio, Polonia, Bulgaria) una percentuale significativa dei disoccupati non dispone delle comuni reti di sicurezza (prestazioni di disoccupazione, assistenza sociale) e tendenzialmente fa affidamento sulla solidarietà familiare o su un'occupazione informale. I disoccupati che non percepiscono prestazioni di disoccupazione hanno minori probabilità di trovare un lavoro in quanto è meno probabile che beneficino di misure di attivazione e non hanno l'obbligo di cercare un lavoro per beneficiare delle prestazioni.

Persistono le differenze di genere
Anche se la crisi ha determinato una riduzione di alcune differenze di genere di cui sono state tradizionalmente vittime le donne (riduzione dovuta principalmente al fatto che sono i settori con occupazione a prevalenza maschile a essere stati colpiti maggiormente dalla crisi), persistono differenze di genere per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, le retribuzioni e il rischio di povertà. Inoltre le donne tendono ancora a lavorare complessivamente meno ore degli uomini e questo, per quanto possa rispecchiare preferenze individuali, determina comunque minori possibilità di carriera, retribuzioni più basse e in prospettiva pensioni più modeste, e anche un sottoutilizzo del capitale umano e di conseguenza una crescita economica e una prosperità minori. Le differenze di genere possono quindi dar luogo a costi economici e sociali e andrebbero contrastate efficacemente ogniqualvolta derivino da barriere o vincoli istituzionali o sociali.
Quanto alla differenza di genere in termini di ore lavorate, tra gli Stati membri si possono chiaramente individuare alcuni modelli: in alcuni casi una percentuale elevata di donne lavora, ma con orari di lavoro relativamente più brevi (ad esempio, nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria e nel Regno Unito), mentre in altri la partecipazione femminile è più bassa, ma le donne, una volta occupate, tendono a lavorare con un orario di lavoro relativamente più lungo (in molti paesi dell'Europa centrale e orientale, in Spagna e in Irlanda). Solo alcuni Stati membri (soprattutto i paesi nordici e i paesi baltici) riescono a coniugare tassi di occupazione femminile elevati e una differenza di genere modesta in termini di ore lavorate. A quanto pare, un efficace mix di politiche comprende: la parità di orario di lavoro tra uomini e donne, lavoro flessibile ampiamente disponibile, incentivi alla divisione del lavoro non retribuito all'interno della coppia e servizi all'infanzia favorevoli all'occupazione e accessibili, anche in termini di costi, con orari prolungati di asili e asili nido.

Dimensione sociale dell'UEM
I divari macroeconomici, sociali e occupazionali tuttora crescenti minacciano gli obiettivi fondamentali dell'Unione sanciti dai trattati, ossia vantaggi generalizzati attraverso la promozione della convergenza economica e miglioramento della vita dei cittadini negli Stati membri. Il rapporto 2013 dimostra come le basi dei divari attuali siano state poste nel corso dei primi anni di introduzione dell'euro, giacché in alcuni Stati membri una crescita squilibrata, fondata sull'aumento del debito alimentato da bassi tassi di interesse e su massicci afflussi di capitale, è stata spesso associata a un andamento deludente della produttività e della competitività.
Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale e la sua efficacia dipende da molti fattori come il grado di apertura dell'economia, la vivacità della domanda esterna e l'esistenza di politiche e di investimenti che promuovano la competitività non di prezzo.

Nell'ottobre del 2013 la Commissione ha proposto un rafforzamento della sorveglianza degli sviluppi sociali e occupazionali con la comunicazione "Potenziare la dimensione sociale dell'unione economica e monetaria" (cfr. IP/13/893). A lungo termine e a seguito delle modifiche introdotte dal trattato, è ipotizzabile una capacità di bilancio dell'UEM: la sua funzione di assorbimento degli shock potrebbe integrare gli attuali strumenti di coordinamento delle politiche.


Link originale: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_14_43

venerdì 17 gennaio 2020

Ancora dettagli sul caso di Jeffrey Epstein


Jeffrey Epstein 'abused girls' in US Virgin Islands - lawsuit
BBC, 15 January 2020

Financier Jeffrey Epstein sexually abused girls as young as 12 on his private islands, the US Virgin Islands prosecutor has claimed.

Epstein, who died in prison in August 2019 while awaiting trial for abuse dating back to 2005, is alleged to have trafficked girls as recently as 2018.
The lawsuit against his estate says the girls were "lured and recruited" to his Caribbean home and forced into sex.

This is the first lawsuit filed against Epstein in the US Virgin Islands.
The suit seeks to seize part of his $577m (£442m) fortune and his two private islands, Little Saint James and Great Saint James.
The two islands are estimated to be worth $86m.

"Epstein clearly used the Virgin Islands and his residence in the US Virgin Islands at Little Saint James as a way to be able to conceal and to be able to expand his activity here," US Virgin Islands prosecutor Denise N George says in the suit.
"Epstein and his associated trafficked underage girls to the Virgin Islands, held them captive, and sexually abused them, causing them grave physical, mental and emotional injury."
Jeffrey Epstein was charged with sexually abusing dozens of girls

As recently as July 2017, Epstein refused to allow an official to enter his Little Saint James island for routine monitoring of the registered sex offender, the lawsuit claims.
He is also accused of using fake visas to traffic women and girls, several of them aspiring models, in and out of the island territory and using a computerised database in order to track his victims' movements on his island.

In one incident, the suit claims that a 15-year-old girl attempted to swim away from Epstein's island after she was forced to engage in sex acts with Epstein and others.
In that case, she was captured and had her passport confiscated by Epstein, the suit claims.
Epstein's legal permanent residence was registered to the Virgin Islands. In the days before his suicide in jail, he filed an updated version of his will to the US island territory.


Link originale: https://www.bbc.com/news/world-us-canada-51128037