"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

domenica 13 ottobre 2019

L'invasione turca dei territori curdi in Siria: si avvera la "profezia" di Uropia?



Sopra, titoli dei giornali dell'ottobre 2019; qui sotto, le pagine 57 e 58 del romanzo:



giovedì 10 ottobre 2019

Ancora sull'abolizione del contante e la sorveglianza totale: Laura Boldrini in TV




Evasione fiscale, Laura Bodrini: "L'unica via per combattere l'evasione è la tracciabilità: dobbiamo sapere chi spende e in che cosa, la carta di credito te lo permette. Dobbiamo dare degli incentivi a chi usa la carta di credito".


Falso: la tracciabilità non è l'unica via per combattere l'evasione fiscale.
Falso: dare incentivi a chi usa mezzi di pagamento tracciabili non è la stessa cosa che punire chi usa il contante o proibirne addirittura l'utilizzo.

lunedì 23 settembre 2019

L'abolizione del contante: il "false target" dell'evasione fiscale e lo strumento di sorveglianza generale



Nonostante che le più grandi truffe ed evasioni della storia recente siano state perpetrate dalle più importanti (e grandi) istituzioni finanziarie, utilizzando stratagemmi che non comportavano lo spostamento di denaro contante ma di "capitali digitali", si sta facendo largo in Italia l'idea di penalizzare l'uso del denaro contante attraverso una tassa del 2% sul prelievo di somme superiori ai 1500 euro, oppure di deduzioni fiscali per tutti i pagamenti "con mezzi tracciabili".

A rigor di logica, questa cultura dello strabismo fiscale, secondo cui l'incentivo premiante per pagamenti elettronici viene sempre accompagnato da un accanimento punitivo nei confronti del denaro contante non può spiegarsi con la scusa della lotta all'evasione fiscale.
Se infatti quest'ultima fosse lo scopo finale, si dovrebbero usare incentivi premianti come deduzioni o detrazioni per qualsiasi tipo di acquisto, fatto con qualsiasi mezzo di pagamento: se tutti coloro che acquistano un bene o un servizio potessero dedurre dalle tasse un importo dello scontrino o della fattura ricevuta, ogni cittadino sarebbe motivato a richiedere regolare contrassegno di pagamento al rivenditore/fornitore al fine di godere del beneficio fiscale.

È del tutto evidente che questo tipo di provvedimento incentiverebbe veramente la lotta all'evasione ed al sommerso.  E di fronte a questo incentivo, i diversi metodi di pagamento assumerebbero un'equivalenza che dimostra il "false target" di simili proposte di penalizzazione del denaro contante: i metodi di pagamento digitale non differiscono da questo se non nella loro tracciabilità.
L'unico "vantaggio" di simili proposte non ha nulla a che vedere con l'emersione del nero (i narcotrafficanti sudamericani già da un decennio non muovono denaro contante dai loro mercati nordamericani ai Paesi produttori bensì ...detersivo liquido e in polvere (!): è un prodotto che conserva il suo valore, che non conosce crisi, e non desta sospetti alle frontiere -è più facile contrabbandare un truck pieno di detersivo piuttosto che pieno di mazzette di dollari.

D'altra parte, in tempi di tassi negativi, una tassa sul prelievo di contante contribuirebbe semmai ad un'ulteriore spinta a tenere i contanti sotto il materasso anziché sui conti correnti, per la proliferazione del sommerso.

L'unica, vera e decisiva ragione per preferire e quindi imporre i metodi di pagamento digitali è la loro tracciabilità, che consente un altro passo in avanti verso il controllo e la sorveglianza totale cui le telecamere a riconoscimento facciale -che vengono implementate senza sosta e con ogni scusa, pur non avendo alcuna funzione deterrente nei confronti della grande criminalità o del terrorismo- stanno contribuendo e contribuiranno in maniera sempre più estesa.



Sarà comunque un caso certamente che in Italia queste proposte arrivino dalle associazioni degli industriali o dai rappresentanti di grandi istituti finanziari internazionali.
Ad ogni modo, se voleste sapere come sarà il futuro non è necessario immaginare "uno stivale che calpesta un volto umano.  Per sempre".  Potrebbe essere sufficiente guardare alla Cina: il più grande "laboratorio" mondiale di sistemi di sorveglianza cui molti anche nel mondo occidentale, negli ambienti che contano e che muovono il potere economico e di conseguenza quello dell'informazione e della politica, guardano con interesse per quello che sarà -verosimilmente- anche il nostro futuro.

È da notare infine che, se da un lato i sostenitori del cash non sono affatto contrari all'introduzione di metodi di pagamento alternativi anti ne approfittano volentieri, lo stesso non può dirsi dei sostenitori di questi ultimi rispetto all'uso del contante: mentre i primi accolgono con piacere la facoltà di utilizzare liberamente la moneta o la carta di credito o Paypal o un'App, i secondi propalano l'obbligo di usare metodi alternativi, disincentivando e addirittura punendo chi usa denaro contante, con l'obiettivo di medio lungo termine di un divieto generale.
Uno Stato che intenda garantire la Libertà ai propri cittadini dovrebbe garantire anche la più ampia scelta possibile dei mezzi di pagamento.  Non, al contrario, ridurli ed imporre l'utilizzo di uno solo di essi.





venerdì 20 settembre 2019

L'UE, l'Euro e la traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni


“Il coraggio di ciò che si sa”
Pubblichiamo un eccellente testo di Vladimiro Giacchè nel quale è ricostruita la vicenda storica dell’Italia nell’euro, il passaggio di fase in corso, l’interpretazione del Governo Conte 2 e la sua valutazione critica sulla scelta di Patria e Costituzione di provare a giocare la partita nella maggioranza M5S-Pd-Renzi-LeU. Buona lettura.
Vladimiro Giacché
“Il coraggio di ciò che si sa”.
Il secondo governo Conte e la sinistra [1]
Friedrich Nietzsche diceva che bisogna avere “il coraggio di ciò che si sa”.[2]
1. Quello che sappiamo
Proviamo a mettere assieme quello che sappiamo sulla traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni, su quanto è accaduto dall’introduzione dell’euro, prima e dopo la crisi e su quanto è accaduto dopo il 4 marzo 2018. Ci aiuterà a capire cosa fare.
1.1. La traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni è la storia di un successo catastrofico
A differenza di quanto vuole una vulgata diffusa quanto falsa, questo paese negli scorsi decenni ha fatto diligentemente i compiti che gli sono stati assegnati. Ha eliminato la scala mobile (1993), ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007.
Usando la crisi come spartiacque, possiamo distinguere due periodi, con l’aiuto di un recente paper dell’economista olandese Servaas Storm[3].
Dal 1995 al 2008 abbiamo realizzato un avanzo primario del 3% annuo (principalmente riducendo le spese sociali): nessuno è stato così bravo in Eurozona (la virtuosa Germania nello stesso periodo può vantare un avanzo di appena lo 0,7%, mentre la Francia evidenzia un disavanzo dello 0,1%). Questo sforzo in teoria sarebbe stato sufficiente per ridurre il debito dal 117% del 1994 a uno strabiliante 77% del 2008. Purtroppo però questo contenimento della spesa pubblica ha ridotto la crescita e questo ha all’incirca dimezzato la riduzione effettiva (in quanto il rapporto debito/pil è stato mantenuto più elevato dalla conseguente minore entità del prodotto interno lordo).
Dal 2008 al 2018, poi, l’Italia è stata protagonista di un consolidamento fiscale eccezionale. Lo possiamo vedere in questo grafico, tratto dalla ricerca di Storm.[4]

Il consolidamento (restrizione) fiscale italiano ammonta a ben -227 miliardi di euro, a fronte di politiche espansive del valore di +461 miliardi da parte della Francia e di un dato complessivamente neutro per i paesi “Euro-4” (Belgio, Francia, Germania e Olanda). Secondo stime dello stesso Tesoro italiano, questo consolidamento, nei soli anni tra il 2012 e 2015, ha ridotto il prodotto interno lordo del 5% e gli investimenti del 10%.
Tirando le somme, i surplus primari realizzati dall’Italia tra il 1992 e il 2018 hanno sottratto domanda per 1 trilione di euro cumulato. Nel periodo la spesa pubblica non ha conosciuto alcun aumento, mentre gli investimenti sono diminuiti in ragione dello 0,5% annuo. Il disavanzo primario pubblico francese nel periodo ammonta a 475 miliardi, mentre il consolidamento realizzato complessivamente da Germania, Belgio e Olanda ammonta a circa la metà (-510 miliardi) di quello della sola Italia.
Ma siamo stati bravi anche su altri fronti. Ad esempio, abbiamo flessibilizzato il lavoro e contenuto più degli altri i salari (con l’eccezione della sola Germania nel periodo 2005-2010).[5]


I salari sono aumentati di appena il 6% dal 1992 al 2018. Abbiamo così ridotto l’inflazione, aumentato la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti, aumentato l’intensità di lavoro, e anche ridotto la disoccupazione sino allo scoppio della crisi, come si vede nel grafico che segue.[6]

domenica 15 settembre 2019

L' "impero europeo" e l'esautorazione delle politiche democratiche nazionali


‘The EU is an empire’

Wolfgang Streeck on why the EU is a deplorable institution that we must leave.

29th March 2019
Two years have passed since the government triggered the Article 50 process. By now, Britain should be out of the EU. But beyond the prime minister’s capitulation to Brussels in the exit negotiations, and parliament’s disdain for the referendum result, are their deeper, structural reasons why leaving the EU has proven so difficult?
For economic sociologist Professor Wolfgang Streeck, the EU is a ‘liberal empire’. Streeck is emeritus director of the Max Planck Institute for the Study of Societies in Germany. spiked caught up with him for a chat.

spiked: How has the role and focus of the EU evolved over the past few decades?

Wolfgang Streeck: Originally, the EU was an organisation for joint economic planning among six adjacent countries. The planning was sectorally specific, limited to coalmining and the steel industry, later also nuclear power, in the context of the state-managed capitalism of the postwar era. Then it grew into a free-trade zone, increasingly devoted to spreading neoliberal internationalism, in particular the free movement of goods, services, capital and labour, under the rubric of the Internal Market.
As the number and heterogeneity of member states continuously increased, ‘positive integration’ became ever-more difficult. Instead, there was ‘negative’ integration: the removal of substantive regulations that impeded free trade within the bloc. After the end of Communism in 1989, the EU became a geostrategic project, closely intertwined with the US’s geostrategy in relation to Russia.
From the original six countries cooperating in the management of a few key sectors of their economies, the EU became a neoliberal empire of 28 highly heterogeneous states. The idea was and is to govern those states centrally by obliging them to refrain from state intervention in their economies.
spiked: Is the EU reformable?

Streeck: The EU’s de facto constitution consists of the Treaty of European Union, which is practically impossible to revise, and the rulings of the Court of Justice of the European Union, which only the court itself can revise. The neoliberal core of the EU as an institution and the results of European integration were intended by its framers to be eternal and irreversible. This is shown by the hard opposition in Brussels to a British exit, and in the intention to make that exit as unpleasant as possible.
It is also, and perhaps more importantly, visible in the inability of EU institutions to respond constructively to claims for more national autonomy, as expressed by various ‘populist’ countermovements. These movements are now blocking the process of European integration and there is a large risk that the insistence of Berlin, Paris and Brussels on prolonging and extending the established European institutions will lead to serious conflict between European nations, such as we have not seen since 1945.
spiked: Why is opposition to the EU seen as immoral?
Streeck: Very simply, I think that the neoliberal and geostrategic nature of the post-1990 EU would not be capable of generating anything like the legitimacy needed for a political regime to be viable. All sorts of sentimental narratives had to be invented to make people forget the disempowerment of national democratic politics that is at the core of the EU construction.

Today, the left-liberal ideal of internationalism has been hijacked by neoliberal anti-statism, and international solidarity is identified with free markets. This is purely ideological, and it doesn’t speak well for the political acuity of the left middle-class that it bought the ‘Third Way’ version of international peace and friendship. Nowhere in the history of socialism, for example, can we find the idea that workers are morally obliged to let themselves be competed out of their jobs by workers in a country where wages are lower. Rather, solidarity always meant that workers cooperate, in the sense of organising together, to protect themselves against being played against one another by employers.
Then there is the European Monetary Union, which acts like an international gold-standard regime. The gold standard has been known since the 1930s to be incompatible with democracy and international peace. It puts governments against people and peoples against each other in competition for international markets. EU propaganda enlists people’s desire for peace and friendship to rob them of their most important institutional heritage: the nation state. The nation state is the only site of a politics amenable to anything like a redistributive state or an egalitarian democracy.
spiked: Why has the left become so attached to the EU?

Streeck: I wish I knew. Maybe because they confuse the EU with Europe? The EU is a deplorably undemocratic institutional construct that is so complex that you cannot understand how it works without extensive investigation – and even then you may not quite grasp what it is about. This means that you can read almost anything into it. You can identify it with personal dreams of a world that is free from historical burdens.
Or you can see it as the embodiment of a pleasant consumerist lifestyle: rights without obligations, free travel, no taxes, immigrant labour, an international labour market for English-speaking university graduates. ‘Europe’ is your oyster: a playground for the new middle-class, the bobos, as the French call them: the bourgeois bohemians, the self-appointed cosmopolitans who believe that by importing cheap labour for their households they are doing something for the progress of mankind.
Many people today want to leave their national historical baggage behind. To many British citizens, the UK means colonialism. They seem to believe that ‘Europe’ never had colonies, so they want to be ‘Europeans’ rather than ‘little Englanders’.
This is even worse in Germany, for understandable reasons. If you are abroad, anywhere in the world, and you meet someone who says they are ‘from Europe’, you can be sure they are from Germany.
spiked: To what extent does the EU resemble an empire?


venerdì 13 settembre 2019

"Probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali"



Frasi attribuite a un'intervista di Gianni Agnelli sul Corsera del 30 gennaio 1975.  Ma potrebbero essere benissimo di un romanzo distopico di fantasia.


http://archivio.corriere.it/Archivio/interface/slider.html#!agnelli/NobwRAdghgtgpmAXGA1nAngdwPYCcAmYANGAC5wAepSYUA5hHADZMCWYAvgLpA

martedì 10 settembre 2019

La Democrazia è un pericolo? I Cittadini sono "incapaci" da porre sotto curatela, vittime della propaganda?

Ci sono cose più importanti delle elezioni, anche Hitler le ha vinte e poi si è capito come è andata. Quindi non mi sembra un criterio assoluto che va sopra il bene e il male. I cittadini possono essere ingannati dalla propaganda!” R. Gualtieri, Ministro della Repubblica, 14 luglio 2018.










(Si ricordi, per amor di verità, che Hitler non assunse il potere per aver vinto un'elezione, ma in quanto fu nominato il 29 gennaio 1933 dal Presidente della Repubblica, Paul von Hindenburg, secondo una prassi costituzionale che si era imposta dal 1930 e secondo la quale il Presidente nominava il cancelliere a proprio piacimento)