"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

lunedì 26 ottobre 2020

"/The social dilemma_": come i social media manipolano il nostro comportamento

Social media: il preoccupante rovescio della medaglia

Analisi Difesa, 5 ottobre 2020, di Eugenio Santagata, Andrea Melegari




“Ho appena visto il documentario The Social Dilemma su Netflix: mi ha terrorizzato più di qualsiasi film dell’orrore visto negli ultimi vent’anni”. È il tweet pubblicato qualche giorno fa da George RR Martin e uno dei tanti commenti suscitati dal film indagine prodotto da Netflix, regia di Jeff Orlowski, tra i programmi più visti da quando è stato messo in onda lo scorso 9 settembre.
Scoprire che le piattaforme tecnologiche – considerate “ancore di salvezza” per rimanere in contatto con gli altri, cercare informazioni, fare acquisti, scoprire il miglior percorso stradale e in grado di fornire tante altre funzionalità utili – sono invece tecnologie che ci monitorano e ci controllano… può provocare questo tipo di repulsione. Insomma, niente di nuovo, se non si registrasse un crescente e sempre più diffuso sentimento di ribellione, e in fasce sempre più ampie della popolazione.

Le ragioni le spiegano bene i qualificatissimi protagonisti del documentario, tra cui l’ex esperto di etica del design di Google Tristan Harris, l’informatico Jaron Lanier, l’ex direttore della monetizzazione di Facebook Tim Kendall, l’ex responsabile dell’ingegneria di Facebook Justin Rosenstein, il primo investitore di Facebook Roger McNamee e molti altri.
Il cambiamento che stanno imponendo le Big Company del settore IT è graduale, impercettibile, ma allo stesso tempo ordinato, ben orchestrato ed estremamente efficace, anche perché fondato su miliardi di dati che ogni minuto regaliamo inconsapevolmente a queste compagnie (dove siamo, cosa guardiamo, per quanto tempo osserviamo una foto, con chi ci relazioniamo, …). E, come noto, con grandi moli di dati, si possono fare ottime previsioni.

In altri termini, per aumentare il coinvolgimento (leggasi, più tempo passato sul social network), quindi il numero di utenti (più amici, cioè user nello stesso social network), dunque più dati raccolti, queste tecnologie ci mostrano gli spunti e ci suggeriscono i contenuti ritenuti per noi più stimolanti, che non per forza sono però quelli davvero migliori. Il rovescio della medaglia, quindi, ha un prezzo elevatissimo ed è rappresentato da quella specie di incantesimo in cui viviamo: una notifica sul nostro smartphone, il ranking con cui ci mostrano i risultati di una ricerca, l’elenco delle notizie del giorno, può polarizzare la nostra attenzione e quella di milioni di persone verso un determinato argomento a cui nessuno avrebbe mai pensato. Insomma, in questo contesto regolato da manopole che qualcuno può girare a proprio piacimento influenzando il pubblico di massa, secondo Kendal “il modello di business pubblicitario”, quello che fa apparire la pubblicità giusta all’utente più adatto, è forse il più elegante tra quelli applicabili e applicati.

Lanier riporta un esempio molto interessante: immaginate, per assurdo, se Wikipedia, a seconda dell’utente, potesse cambiare le proprie definizioni per aumentare il coinvolgimento di chi sta navigando un determinato sito.
Un esempio può essere utile. Pensate di essere un BIG IT che deve massimizzare gli introiti pubblicitari, magari invogliando l’utente Mario all’acquisto di cibo spazzatura, orientereste Mario a leggere le patologie correlate alla elevata assunzione di acidi grassi? E cosa mostrereste invece se, nello stesso momento, voleste promuovere un integratore “brucia grassi” a Luca, un vostro utente che avete profilato come dipendente dal “junk food” ma nello stesso tempo fortemente intenzionato a normalizzare i valori del suo colesterolo ed il suo peso?
La capacità di profilare le performance di processing, consentono di proporre ad ogni utente la risposta “perfetta”. In pochi anni siamo passati da uno scenario in cui l’utente “usava” i dati resi disponibili da queste piattaforme, ad una realtà completamente ribaltata: sono le stesse piattaforme ad “usare” gli utenti.

Così, grazie all’impiego di intelligenza artificiale, questi sistemi profilano con precisione elevatissima ogni loro “user”. E, grazie al nuovo paradigma, per l’algoritmo è più facile vendere, condizionare o influenzare.
Vi invitiamo quindi a dedicare 90 minuti del vostro tempo nella visione di The Social Dilemma. Siamo sicuri che vi offrirà molti spunti di riflessione.
Come ad esempio: 1. “Se non state pagando qualcosa, non siete un cliente, siete il prodotto che stanno vendendo”, Andrew Lewis, giornalista. 2. I grandi BIG IT non vendono i nostri dati, ma i “modelli di comportamento e modelli previsionali” costruiti sulla base dei nostri dati. 3. Il problema non è la tecnologia, ma il suo possibile uso distorto che, come appare chiaro, le BIG IT non sono in grado di autoregolamentare.
Speriamo che la politica intervenga presto.


Link originale: https://www.analisidifesa.it/2020/10/social-media-il-preoccupante-rovescio-della-medaglia/

sabato 24 ottobre 2020

sabato 10 ottobre 2020

La Corte di Giustizia Europea e il divieto di conservazione illimitata dei metadati

Data retention, in Italia è fino a 6 anni.  Cosa stabilisce la Corte di giustizia dell’Ue e il commento del Garante




di Luigi Garofalo | Key4Biz.it, 6 Ottobre 2020, ore 11:30

La Corte di giustizia conferma che il diritto dell’Unione si oppone ad una normativa nazionale sulla conservazione dei dati, con la quale obbliga gli operatori di telecomunicazioni a conservare i metadati (non le conversazioni) di traffico telefonico e telematico. Tuttavia, la Corte definisce molte deroghe, ma solo per periodi limitati.
In Italia è fino a 6 anni. Fissa il divieto della “conservazione generalizzata e indifferenziata di dati per un tempo indeterminato”, tuttavia prevede anche molte deroghe e l’indicazione di un “periodo limitato nel tempo a quanto strettamente necessario, ma che può essere esteso se la minaccia persiste”.
La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla data retention consente oggi un confronto con la legge italiana sulla conservazione dei dati. La norma italiana impone agli operatori di telecomunicazioni di conservare i metadati (non le conversazioni) di traffico telefonico e telematico per 6 anni.

Il commento del Garante privacy alla sentenza
Di seguito la nota del Garante privacy sulla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla data retention. “Con la sentenza di oggi la Corte chiarisce che le esigenze di sicurezza nazionale non legittimano, per sé sole, la conservazione indiscriminata, da parte dei fornitori dei servizi di comunicazione elettronica, dei dati di traffico, applicandosi anche in questo caso le garanzie e i principi in materia di protezione dei dati. Linea da tempo sostenuta dal Garante per la protezione dei dati personali”.

Portando a coerente conclusione il percorso iniziato con le sentenze Digital Rights e Tele2 Sverige e in analogia con le posizioni più garantiste della CEDU, la Corte esclude che quella dei trattamenti di dati funzionali a tali finalità possa essere una ‘zona franca’ impermeabile alle esigenze di tutela della persona.
Si tratta di un principio di assoluta rilevanza, sotto il profilo democratico, nel rapporto tra libertà e sicurezza già delineato nella sentenza Schrems del luglio scorso, per evitare che una dilatazione (nell’ordinamento statunitense particolarmente marcata) della nozione di sicurezza nazionale finisca di fatto per eludere l’effettività della tutela di un fondamentale diritto di libertà, quale appunto quello alla protezione dei dati. Diritto che vive comunque in costante equilibrio con altri diritti, quale appunto quello alla sicurezza che, se oggetto di minaccia grave, può legittimare – afferma la Corte – anche misure invasive quali la conservazione generalizzata dei dati, purché per il solo tempo strettamente necessario e con alcune garanzie essenziali. “La proporzionalità resta, dunque, la chiave per affrontare l’emergenza, in ogni campo, secondo lo Stato di diritto”.

La sentenza della Corte di giustizia dell’Ue nel dettaglio
La Corte di Giustizia dell’Ue con la sentenza “conferma che il diritto dell’Unione si oppone ad una normativa nazionale che impone a un fornitore di servizi di comunicazione elettronica, a fini di lotta contro le infrazioni in generale o di salvaguardia della sicurezza nazionale, la trasmissione o la conservazione generalizzata e indifferenziata di dati relativi al traffico e alla localizzazione”. Tuttavia, la Corte definisce molte deroghe, ma solo per periodi limitati. Molte deroghe, ma solo per periodi limitati Infatti, stabilisce la Corte nelle situazioni in cui uno Stato membro si trova ad affrontare una grave minaccia per la sicurezza nazionale che si rivela autentica, presente o prevedibile, lo Stato membro può derogare all’obbligo di garantire la riservatezza dei dati relativi alle comunicazioni elettroniche richiedendo, mediante misure legislative, la conservazione generale e indiscriminata di tali dati per un periodo limitato nel tempo a quanto strettamente necessario, ma che può essere esteso se la minaccia persiste.

martedì 6 ottobre 2020

Quanto è realistico il pericolo di una deriva antidemocratica all’interno delle istituzioni europee?

«Quanto è realistico il pericolo di una deriva antidemocratica all’interno delle istituzioni europee? E quale ruolo possono giocare terrorismo e populismo? »
Questa è la domanda che mi posi nel Novembre 2016, quando cominciai a scrivere il mio romanzo.



Raccolsi quindi tutti i ritagli di giornale che avevo messo da parte negli ultimi dieci anni, ritagli che riguardano provvedimenti normativi degli Stati europei così come direttive Comunitarie –come si definivano una volta- che regolano oggi i diritti basilari di espressione, riservatezza e manifestazione di ognuno di noi. Per non tediare il lettore con un elenco illeggibile, rimando al mio blog uropia.blogspot.com dove sono in gran parte condivisi.
Presa per sé, ciascuna di quelle leggi va ad intaccare in maniera più o meno ampia ambiti generalmente limitati delle nostre libertà. Messe tutte insieme come tessere di un mosaico, però, il quadro che ne viene fuori appare allarmante: ciascuna di quelle tessere rappresenta qui ed oggi una porticina aperta, attraverso la quale qualcuno che volesse instaurare una dittatura in Europa in futuro si potrebbe avvicinare un passettino dopo l’altro al suo obiettivo.

Ho fatto finta che in un futuro distopico esistano delle élite finanziarie internazionali, le quali detengano la metà della ricchezza globale, pur rappresentando l’1% della popolazione mondiale. E che abbiano perciò influenza sul mondo dell’informazione e sui protagonisti della democrazia rappresentativa degli Stati del continente. Un’ oligarchia tecnocratica -organizzata in esclusive affiliazioni denominate Ur-Lodges- che abbia in serbo un progetto di riforma globale per cambiare il mondo che conosciamo, rendendolo un luogo più ordinato, sicuro e confortevole.  Per loro.
Più precario, autoritario e arbitrario per chiunque altro.
Cosa dovrebbero fare quelle élites per raggiungere il proprio filantropico obiettivo? Innanzitutto operare in un arco di tempo molto esteso per rovesciare un paradigma nutrito e radicato durante gli anni della guerra fredda. Dal 1945 al 1989, infatti, nel mondo occidentale era stato incoraggiato diffusamente un sentimento nazionale e patriottico in tutti gli Stati d’Europa, in funzione antisovietica; si erano reclutati ex fascisti ed ex nazisti nelle istituzioni dei nuovi Stati democratici. In particolare nei Servizi d’informazione dei Paesi occidentali, come forza militare segreta di patrioti, in caso di presa del potere nei Paesi Nato da parte dei partiti comunisti; e come manovalanza criminale per atti di sabotaggio e terrorismo nell’ottica della Strategia della tensione.

A partire dagli anni Novanta il campo era poi tornato libero per la realizzazione di un Nuovo Ordine Mondiale, che prevedeva la creazione di agglomerati politici di dimensione continentale in America e in Europa, all’interno dei quali è certo più facile implementare un regime di controllo e sorveglianza globale. Sarebbe stato quindi necessario dissolvere gli stessi sentimenti patriottici e nazionalistici fino a quel momento incoraggiati.
Dal punto di vista politico si sarebbe potuto creare una campagna per la „modernizzazione“ della politica, introducendo ovunque sistemi maggioritari che impongono a forze eterogenee e spesso in contrasto tra di loro di coalizzarsi obtorto collo per vincere. Se i cittadini avessero accettato il tradimento degli ideali di sempre da parte dei propri Rappresentanti -e addirittura lo scioglimento di partiti storici e radicati, per fondersi in entità ideologicamente neutre e di fatto equivalenti- e ciò nonostante avessero continuato a votarli, perché mai non si sarebbe potuto pensare che avrebbero un giorno futuro accettato la cancellazione della propria moneta, e persino della propria Patria?

Sul lato economico invece si sarebbe potuta coniare una nuova parola d’ordine: globalizzazione, fenomeno con cui sarebbe stato possibile mettere in concorrenza lavoratori di diverse parti del mondo, in una sorta di corsa al ribasso a spese dei salari e delle tutele giuridiche, del benessere e del potere d’acquisto delle famiglie, del gettito fiscale degli Stati. Infine la creazione di una moneta unica e contestualmente la privatizzazione delle Banche centrali e la loro indipendenza dai rispettivi dicasteri del Tesoro. Ciò avrebbe impedito agli Stati nazionali di detenere la sovranità sulla propria moneta, perdendo la possibilità di intervenire sui tassi di cambio per reagire agli shock dei mercati finanziari, e rinunciando alla possibilità di contrarre debito pubblico tramite la creazione autonoma di buoni del tesoro per ottenere moneta dalla Banca centrale, dovendo invece d’ora in poi consegnare nelle mani dei „Mercati“ il prezzo del proprio debito.
Disoccupazione, debito privato e debito pubblico sarebbero potuti essere il terreno ideale per una crisi sociale senza precedenti: una circostanza estremamente propizia. Aggiungendo una politica estera estremamente disinvolta nell’influenzare la caduta di governi più o meno legittimi in Africa e Medio Oriente, causando guerre civili senza soluzione, la crisi economica e sociale avrebbe potuto essere felicemente sostenuta ed incrementata.