"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

sabato 28 novembre 2020

Video: "La bottega di Maastricht" di @durezzadelviver, su Libertà di pensiero MDN

La bottega di Maastricht

@durezzadelviver Il tema del video è in generale la distruzione del lavoro autonomo e del commercio al dettaglio ad opera del grande capitale, attraverso il trattato di Maastricht e la legislazione italiana che ne è conseguita, sino alla crisi Covid, in cui i "ristori" attuati dal governo sono evidentemente insufficienti.

martedì 24 novembre 2020

Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo: strutture e tecniche di nuova generazione, un libro.

I principali servizi segreti e i nuovi scenari mondiali

PRESSENZA 23.11.2020 - Damiano Mazzotti



Aldo Giannuli è uno storico specializzato nello studio dei servizi segreti e nel 2018 scrisse un saggio profetico: “Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo” (Ponte alle Grazie, 260 pagine).
I servizi segreti degli Stati moderni sono nati dai servizi d’informazione militari della prima guerra mondiale e sono stati istituzionalizzati a livello civile poco prima o poco dopo la seconda guerra mondiale. Poi venne la Guerra Fredda e la politica delle guerre rivoluzionarie, anche in alcuni paesi non allineati agli Stati Uniti, con risultati altalenanti per gli Usa.
Di conseguenza si affinarono due fattori decisivi: “la nozione di “strategia indiretta” e l’idea dell’uso combinato di vari strumenti di pressione nella guerra coperta, nella quale si registrava una pausa solo momentanea” (p. 26). Negli ultimi anni i servizi segreti hanno “consolidato il ruolo strategico e di primo piano nei comandi militari” (p. 26).

Quindi si è arrivati alla concezione di “guerra asimmetrica” multiforme e proteiforme, espressa in un saggio militare cinese oramai famoso (Qiao Liang e Wang Xiangsui, sono probabilmente nomi di copertura, http://gnosis.aisi.gov.it/sito/Rivista24.nsf/servnavig/31). La guerra aerea americana attuata in Kosovo, forse non è più applicabile: “funzionò, ma servi a cinesi e russi per capire i punti deboli dell’aereo invisibile e a Gheddafi per sperimentare una tattica di combattimento per una guerra tutta aerea” (p. 125). Infatti Gheddafi morì dopo sei mesi e più di dodicimila missioni aeree, con costi spropositati (p. 148).
L’attuale dottrina militare cinese utilizza i servizi segreti come punta di diamante delle loro operazioni militari non convenzionali, che spaziano in ogni sfera umana: politica, economia, sociologia, psicologia, biologia, comunicazione, eccetera (p. 31).
Inizia così la guerra senza limiti, di spazio e di tempo, che coinvolge tutti e tutto, seguendo la regola del minimo sforzo, della minima spesa, del minimo coinvolgimento diretto e della minima visibilità operativa, e di forte impatto mediatico. Detto con le parole dei due colonnelli cinesi: “il centro di gravità dell’assalto è sempre un punto che provocherà un profondo shock psicologico nell’avversario” (citazione di p. 32).

Per quanto riguarda gli Stati Uniti si sa che “la CIA è stata dotata di una flotta di ottanta droni con i quali sono state compiute centinaia di missioni. I servizi segreti hanno sempre compiuto operazioni omicide” (p. 46). Ma la rete organizzativa più pervasiva è sicuramente rappresentata da “Echelon, che per i servizi segreti significò il sopravvento della SIGINT sull’HUMINT: l’estesa rete di intercettazioni rendeva obsolete le fonti umane, o così sembrò sino all’11 settembre 2001 quando l’ombrello di Echelon non si dimostrò in grado di cogliere i segnali dell’attentato” (a mio parere nessuno può escludere che si sia trattato di un inside job americano attuato da servizi deviati).
Naturalmente i servizi americani operano in stretta sinergia con i servizi israeliani, soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica nella sorveglianza e nella ricerca e sviluppo di tecnologie dirompenti: https://www.agoravox.it/Start-up-Nation-Israele-e-i.html.
“Il Mossad ufficialmente non esiste”, ma per capire le abilità estreme di questa organizzazione basta citare questo caso: il “suo agente Eli Cohen che, sotto falsa identità, riuscì a scalare le gerarchie siriane sino a entrare nel governo”. Poi fu impiccato (p. 95, naturalmente in Israele lo considerano un eroe). Il Mossad ha dato inizio alla strategia degli omicidi mirati, anche pubblicizzati, e il target killing è stato poi istituzionalizzato dagli Stati Uniti (occorre la firma presidenziale).

In Usa, nel caso di pericolo per la sicurezza nazionale, si utilizzano i droni della CIA per colpire qualsiasi persona in quasi tutto il pianeta. Quindi “la guerra è sempre anche rappresentazione e lo è ancora di più oggi, nella società dell’immagine” (p. 125). Naturalmente la politica “non è mai separabile dalla dimensione della forza, soprattutto della forza militare” (p. 126).
E veniamo alla Cina: grazie alle diramazioni economiche della globalizzazione “il sistema di intelligence cinese è uno dei più sofisticati al mondo, articolato in una complessa serie di organismi sia di partito che di Stato e di enti economici e finanziari” (p. 87). La cabina di regia quasi a senso unico del piccolo Comitato di partito, può avere vantaggi nel coordinamento a breve e a medio termine, ma può determinare una visione imprecisa nel raggiungere gli obiettivi a lungo termine, come avvenne per i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso è stato lo spionaggio industriale a favorire la crescita della Cina, molto più dei bassi salari iniziali (p. 88).
Comunque alcuni paesi asiatici hanno salari molto più bassi di quelli cinesi e l’intelligence cinese si è quindi concentrata sul settore finanziario, “che ha permesso di acquisire informazioni determinanti per la politica di shopping di aziende, società finanziarie, strutture logistiche, alberghi e anche squadre di calcio” in tutto il mondo (p. 89). Però la Cina non apre alle acquisizioni straniere in patria e tutte le multinazionali non cinesi hanno vita molto dura in Cina (dal punto di vista accademico una vera multinazionale ha un capitale misto di almeno due nazioni diverse).

La Russia non è da sottovalutare, grazie alle grandi predisposizioni informatiche e diplomatiche. L’arte geopolitica russa di oggi si concentra nel “generare uno stato continuo di confusione nell’avversario: contrapporre le istituzioni fra loro, alimentare campagne fortemente divisive, disorientare l’opinione pubblica… alimentare le sfiducia degli investitori stranieri, suscitare scandali nella classe di governo” (p. 81, però tutto queste operazioni vengono fatte da molti Stati).
Bisogna tenere presente che in varie regioni del mondo, dal 2014 al 2017, ben sei ambasciatori russi e una quarantina di personalità russe, sono morte in circostanze più o meno strane (p. 121). Negli ultimi anni non sono nate alleanze geopolitiche solide, ma banali coalizioni provvisorie basate su alcuni interessi nazionali: “ci sono solo convergenze occasionali e parziali, destinate a lasciare subito il passo a nuove convergenze opposte alle precedenti.

venerdì 20 novembre 2020

BCE annuncia l'Euro digitale e si affretta a precisare "Non sostituirà il cash". Per ora.

A digital euro

"Even if a digital euro has not been necessary so far, we should be ready if and when developments make one necessary."


The ECB, as guardian of the euro, provides currency in two forms: we issue banknotes and we transfer electronic deposits to banks and other financial institutions.
Digitalisation has spread to every corner of our lives and transformed how we pay. In this new era, a digital euro would guarantee that citizens in the euro area can maintain free access to a simple, universally accepted, safe and trusted means of payment.
A digital euro would be an electronic form of central bank money accessible to all citizens and firms – like banknotes but in a digital form. It is not meant to replace cash, but rather to complement it. Together, they give people more choices about how to pay, and make it easier for them to do so, increasing financial inclusion.
The Eurosystem will continue to ensure that all citizens have access to euro banknotes and coins across the euro area. “The euro belongs to Europeans and we are its guardian. We should be prepared to issue a digital euro, should the need arise.” Christine Lagarde, President of the ECB

Why a digital euro?
A digital euro would make your daily payments faster, easier and more secure. It could support the digitalisation of the European economy and actively encourage innovation in retail payments. The ECB and the national central banks of the euro area are exploring the benefits and risks so that money continues to serve Europeans well. Report on a digital euro

What are other benefits of a digital euro?
A digital euro would preserve the benefits that the euro provides to all of us. It would help to deal with situations in which people no longer prefer cash. It would help cushion the impact of extreme events – such as natural disasters or pandemics – when traditional payment services may no longer function. It could also be crucial if people were to turn to foreign digital means of payment, which might undermine financial stability and monetary sovereignty in the euro area.

When will it be ready?
During the preparation phase, we are working on the concept, starting practical experimentation on possible designs, and discussing with stakeholders and international partners. Towards the middle of 2021 we will decide whether to launch a digital euro project. This will be followed by an investigation phase on user requirements and service providers.
It would take time to develop a safe, accessible and efficient digital currency. We will ensure that the systems we use to pay keep up with the needs of the people who use them. “We need to make sure that our currency is fit for the future. Inaction is not an option.” Fabio Panetta, ECB Executive Board Member

What might it look like?
It is too early to identify any specific type of digital euro. Experts from the ECB and the national central banks of the euro area have laid down a number of basic requirements for a digital euro, such as easy accessibility, robustness, safety, efficiency, privacy and compliance with the law. These will help us to define what it might look like.
Even if a digital euro has not been necessary so far, we should be ready if and when developments make one necessary.

Will the ECB manage a digital euro?
The ECB is the custodian of the euro, be it as banknotes or in digital form, on behalf of the people of Europe. We want to make sure the value of our money is preserved and that any form of digital euro is ultimately safeguarded and regulated by the central bank. Whatever the design and the functioning of a digital euro, it would be an electronic form of central bank money, accessible to all citizens and firms – like banknotes but in a digital form – to make their daily payments in a fast, easy and secure way.

Why would a digital euro not be a crypto-asset?
Crypto-assets are fundamentally different from central bank money: their prices are volatile because they lack any intrinsic value and there is no reliable institution backing them.
People using a digital euro would have the same level of confidence as with cash, since they are both backed by a central bank, which is something crypto-assets such as stablecoins cannot provide.

Read the Report on a digital euro:

A new horizon for pan-European payments Payments are undergoing a fundamental change, and central banks have a key role to play in this process.
European payments must be underpinned by a competitive and innovative market capable of meeting consumer demand while preserving European sovereignty. In this context we have set out a comprehensive payments strategy for the digital age.

lunedì 16 novembre 2020

Antonello Zedda introduce "Uropia il protocollo Maynards" su Libertà di Pensiero- MDN

Ripropongo la bella chiacchierata di venerdì sera con Antonello Zedda su Libertà di pensiero - MDN a proposito di "Uropia".

Tanti retroscena, curiosità, attualità, documenti, e le interessantissime domande del pubblico che hanno animato questa piacevole e a tratti divertente presentazione.

Qui e sotto il link per gustarsi il video, buon ascolto!







giovedì 12 novembre 2020

I Social Media saranno autorizzati a rimuovere contenuti "illegali" e "violenti", secondo il Parlamento Europeo.

Platforms should be allowed to take ‘voluntary measures’ in content removal, MEP says



By Samuel Stolton | EURACTIV.com, 9 nov 2020

The EU should focus on regulating illegal content as part of its upcoming Digital Services Act, which aims to present an ambitious new regulatory framework for online services, but platforms should also be allowed to take ‘voluntary measures’ to remove harmful content, MEP Dita Charanzová says.

Dita Charanzová is a Renew Europe MEP who represented the group as part of the European Parliament’s initiative report on the Digital Services Act for the Internal Market Committee.
EURACTIV’s Samuel Stolton heard about what she had to say on the plans.

You negotiated for Renew as part of the Internal Market’s initiative report on the Digital Services Act. For you, what were the most important compromises to reach?

It’s hard to pick what the most important compromise was because the report was so long and we touched on many important things. But for me, the most important thing was that all groups supported that the fundamentals of the E-Commerce Directive should be maintained. These are the country of origin principle, the limited liability regime, and the ban on general monitoring. In addition, I was very happy to see the support given to a Good Samaritan clause being included in the future DSA. While I believe that there should be no general monitoring requirement, if we want platforms to take more voluntary measures against unwelcome content then we must give them the legal means to do so.

Reports have recently surfaced that the Commission may think about establishing a sanctions regime for platforms that host illegal content online, what are your opinions on this prospect?

I think that as long as we respect the current system and rules of the E-commerce Directive, there is limited need of such a sanctions regime. That said, if a website is blatantly hosting illegal content, and is taking no measures to remove such content, then it is potentially liable and might need to be subject to sanctions. This, however, must be a measure of last resort. Before then, we must follow the notice and action mechanism. But nothing should weaken the current limited liability protections under the Directive.

In light of the various terrorist attacks in Europe, do you believe that this will have an impact on not only how ‘illegal’ content is regulated, but also ‘harmful’ content, or is it important to maintain a clear distinction between the two?

Clearly, these attacks will put pressure on Brussels to regulate more on this. Nevertheless, we must maintain a distinction between illegal and harmful content. The DSA must only regulate illegal content. Illegal content is clearly set down in law, and there is a judicial process for deciding if something is illegal or not. When it comes to harmful content though, this is very much in the eye of the beholder. Something that is not harmful in the Netherlands may, for instance, be seen as harmful in Poland. This said websites should take their social responsibility and take voluntary measures to ensure what they think is harmful content is removed from their websites. But this must not endanger their protections under the E-commerce Directive. There is a difference between social responsibility and liability.

With regards to the leaked blacklist of prohibited practices that recently emerged, what’s your take on these?

My take is that any measures that are potentially included in the Digital Markets Act must primarily be applied on a case-by-case basis. The practices of a video streaming platform are nothing like those of a marketplace, or those that allow user-generated content, or those that are closed ecosystems. To apply blanket regulations to everyone may lead to unnecessary and burdensome regulation of platforms without any benefit for consumers or fairness in the marketplace.

The DSA will also be presented alongside the Digital Markets Act, which aims to rebalance fair competition in the platform economy. Under what conditions do you envisage that its market investigation tool will be put to use? In the platform economy, what conditions have to be met in order to determine if a market is close to ‘tipping’?

I believe that the EU should primarily act when there is a market failure and the investigation tools should be used to determine if there is such a failure. Primarily I do not think it is the role of the European Commission or anyone else to go looking for problems that are not apparent. If businesses or consumers do not feel that there is a market failure, then we should primarily let the market continue to function. Any actions against market tipping must be rare and exceptional and be based upon solid evidence.

To how much of an extent do you believe that the EU should reform some of the core provisions of the eCommerce directive, if at all? What are the potential risks or benefits of doing so?

I do not believe that the core provisions should be reformed, I think that they are as valid today as they were 20 years ago. The potential risk of reforming them is that we will break a system that works. Today in Europe we have an open and free internet. Much of the reason for innovation and growth online is because we set some basic rules, and got out of the way. If we regulate too much, we risk that we will create new barriers instead of fixing the limited ones that exist today.

A lot of talk on the Digital Services Act and the Digital Markets Act has centred on the operation of the tech giants, but in what ways could Europe’s SMEs be impacted by the new rules?

A lot of European SMEs rely upon the large platforms for their businesses to help them enable their businesses. European SMEs have been able to grow far more because of the platforms than they would have without them.

The key to any regulation is to ensure that the platforms continue to be useful for our SMEs, but also that any rules that apply to the platforms do not trickle down to SME users. While the large platforms have the money and time to implement regulations, SMEs do not have the lawyers or staff to be implementing transparency reports and many other rules. We, therefore, have to be careful that any regulation of the large platforms is targeted and proportional.

[Edited by Sam Morgan]

lunedì 9 novembre 2020

Presentazione in diretta di "Uropia" su "Libertà di pensiero MDN" venerdì 13 novembre alle ore 18:00

Questo venerdì alle ore 18:00 su "Libertà di pensiero MDN" presenterò LIVE con Antonello Zedda il mio "Uropia il protocollo Maynards".

Parleremo di Europa, di democrazia, libertà, terrorismo, pandemie, populismo e tanto altro.

Non mancate, ci saranno curiosità sulla nascita del romanzo, approfondimenti, retroscena e ...segreti.


Qui sotto il link che sarà attivo IN DIRETTA su YouTube VENERDI 13 NOVEMBRE alle 18:00.

https://www.youtube.com/watch?v=nsaxvdnZUGM




venerdì 6 novembre 2020

Attentato di Vienna: l'ennesimo fallimento dell'intelligence - che ne era a conoscenza.

Vienna gunman rampaged alone, intelligence was fumbled, minister says

REUTERS, 4 November 2020, by Francois Murphy



VIENNA - Large quantities of mobile phone footage have confirmed that the jihadist who killed four people in a rampage in Vienna on Monday was the only gunman, but Austria fumbled intelligence on him, Interior Minister Karl Nehammer said on Wednesday.
Austria arrested 14 people aged 18 to 28 on Tuesday in connection with the attack and is investigating them on suspicion of belonging to a terrorist organisation, he said. But it would also have to investigate its own actions, he added.

“Before the terror attack began, according to the information currently available, some things also went wrong,” Nehammer told a news conference. In July, neighbouring Slovakia’s intelligence service had handed over information suggesting the attacker had tried and failed to buy ammunition there, Nehammer and a top ministry official, Director General for Public Security Franz Ruf, said.
“In the next steps evidently something went wrong here with communications,” said Nehammer, who called for the formation of an independent commission to examine the errors made. After receiving the tip-off from Slovakia, Austria’s domestic intelligence agencies at the federal and provincial level made the necessary checks and sent questions back to Bratislava, Ruf said.
“It’s up to the commission to clarify whether the process went optimally and in line with the law,” he said, when pressed on what had gone wrong. Austria’s National Security Council signed off on setting up the commission later on Wednesday.

The gunman, who was shot dead by police within minutes of opening fire, was a 20-year-old with dual Austrian and North Macedonian citizenship. Born and raised in Vienna, he had already been convicted of trying to reach Syria to join Islamic State and had spent time in jail. All of those arrested in Austria have a “migration background”, Nehammer said. Vienna police chief Gerhard Puerstl added that some were dual citizens of Bangladesh, North Macedonia, Turkey or Russia.
Neutral Austria, part of the U.S.-led Global Coalition to Defeat ISIS formed in 2014, has for years seen jihadist attacks as its biggest security threat and warned of the danger posed by foreign fighters returning from Iraq or Syria or their admirers. At the end of 2018, the authorities knew of 320 people from Austria who were actively involved or had wanted to participate in jihad in Syria and Iraq. Of these, around 58 people were thought to have died in the region and 93 to have returned to Austria. Another 62 were prevented from leaving the country.

Nehammer repeated criticism of a deradicalisation programme, saying the gunman had “perfectly” fooled the programme to reintegrate jihadists into society. But Moussa Al-Hassan Diaw, a co-founder of Derad, the organisation that runs the programme, rejected Nehammer’s assertion, telling Reuters: “It was always clear that this person was in no way deradicalised.”

LONE GUNMAN

Members of the public had handed in more than 20,000 mobile phone videos that the authorities analyzed before coming to the conclusion that there was only one gunman, Nehammer said, putting an end to lingering confusion on that point.
Switzerland has also arrested two men in connection with the attack. Its justice minister said the two were “obviously friends” with the gunman. Ruf said Austria was in contact with Switzerland and another country that he declined to identify over the investigation.
North Macedonia said on Tuesday three people were somehow involved in the attack and all had dual Austrian and North Macedonian citizenship. It identified them only by initials.

On Wednesday afternoon Austrian Chancellor Sebastian Kurz’s office said President Emmanuel Macron of France, which has suffered two deadly attacks recently amid Islamist anger over the publication of satirical caricatures of the Prophet Mohammad, would visit Vienna on Monday.
Six hours later, it said the meeting was postponed “because of the COVID-19 situation in Europe”, adding: “instead, a video conference will take place at the beginning of the week on the fight against Islamic terrorism and political Islam.”

Reporting by Francois Murphy; Additional reporting by Alexandra Schwarz-Goerlich in Vienna and Michael Shields in Zurich; Writing by Michael Shields and Francois Murphy; Editing by Timothy Heritage, Gareth Jones and Richard Pullin


mercoledì 4 novembre 2020

Di Maio e il Patriot Act europeo: una "profezia" su un attentato a Vienna e la fine delle libertà costituzionali

Attentato a Vienna, Di Maio: "Serve un Patriot Act europeo. Avrebbero potuto colpire anche in Italia"
Il ministro degli Esteri: "Ad accomunare queste bestie è l'odio verso la nostra libertà"
Repubblica, Tonia Mastrobuoni 03 NOVEMBRE 2020




"In meno di una settimana più di due attentati terroristici hanno sconvolto l'Europa. Sono stati colpiti Paesi con i quali condividiamo molto, tutto, anche i confini. Ognuno di voi avrà pensato che avrebbero potuto colpire anche in Italia. Il terrorista di Nizza era sbarcato a Lampedusa, gli attentatori austriaci hanno agito per uccidere. E hanno ucciso in modo violento, indiscriminato".
Così ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un post su Facebook. Ad "accomunare queste bestie è l'odio verso la nostra società - continua il responsabile della Farnesina - verso il nostro modo di vivere e di essere liberi. C'è chi lo chiama scontro di civiltà, non mi interessa" ma è evidente che "L'Europa e l'Italia non possono continuare a spendere parole di circostanza".

"Si tratta di prendere misure che possano prevenire tragedie come quelle di Nizza e di Vienna - afferma ancora Di Maio - Si tratta di iniziare a pensare a qualcosa di più grande e che riguardi tutta l'Ue: un Patriot Act sul modello americano, ad esempio, perché oggi siamo tutti figli dello stesso popolo europeo. E la sicurezza di uno Stato equivale alla sicurezza di tutti gli altri. Ne parlerò nei prossimi giorni anche con i miei omologhi".

Link originale:

venerdì 30 ottobre 2020

Enel sotto cyber-attacco: quanto è sicura la rete elettrica in Italia?

Enel: attacco hacker, dati rubati e riscatto da 14 milioni. Cosa è successo?

Money.it, di Matteo Novelli, 29 Ottobre 2020 - 10:51



Enel sotto attacco hacker: il gruppo energetico italiano colpito da un virus ransomware. Richiesto un riscatto di 14 milioni di dollari: ecco cosa è successo.

Enel sotto attacco hacker: il fornitore italiano, leader del settore elettrico, ha subito una violazione informatica attraverso il virus NetWalker che ha portato al furto di 5 TB di dati riservati appartenenti all’azienda. In cambio gli hacker hanno richiesto un riscatto da 14 milioni di dollari. Ma cosa è successo esattamente?

L’attacco hacker subito da Enel è basato su un virus di tipo ransomware: vi abbiamo parlato più volte nelle nostre pagine di questo tipo di violazioni informatiche che, per farla breve, si basano sul rendere inaccessibili e non funzionanti i sistemi informatici colpiti riattivabili solo tramite apposito riscatto. Una cifra importante quella richiesta dai cybercriminali, il ransomware NetWalker è presente sul Dark Web: TG Soft, azienda italiana specializzata in cyber sicurezza, ha comunicato la scoperta via Twitter mettendo sulla difensiva Enel (che aveva già subito una violazione informatica lo scorso giugno).

Gli hacker hanno dimostrato la veridicità del loro attacco e delle loro affermazioni pubblicando alcuni screenshot dei file criptati violati. I dati violati appartenenti a Enel sono di due differenti tipi: cartelle con dati file relativi alle centrali elettriche del fornitore e una cartella denominata “Dossier Impianti” a cui si aggiungono dati aziendali riservati. Cosa c’è in questi dati è oggetto di mistero e i suoi contenuti reali sono strettamente legati a Enel ma gli hacker affermano che, se dovessero essere rilevati “cose interessanti” pubblicheranno tutto a meno che il gruppo energetico non copra la cifra di 14 milioni di dollari di riscatto.

La cifra è stata, come avviene sempre in queste circostanze, sotto forma di criptovalute: 1.234 bitcoin. Per ora si attendono risposte sulla posizione di Enel e la successiva mossa degli hacker che potrebbero rilasciare i primi file pubblicamente per spaventare il gruppo energetico italiano, inducendolo al pagamento dell’ingente somma richiesta.

giovedì 29 ottobre 2020

lunedì 26 ottobre 2020

"/The social dilemma_": come i social media manipolano il nostro comportamento

Social media: il preoccupante rovescio della medaglia

Analisi Difesa, 5 ottobre 2020, di Eugenio Santagata, Andrea Melegari




“Ho appena visto il documentario The Social Dilemma su Netflix: mi ha terrorizzato più di qualsiasi film dell’orrore visto negli ultimi vent’anni”. È il tweet pubblicato qualche giorno fa da George RR Martin e uno dei tanti commenti suscitati dal film indagine prodotto da Netflix, regia di Jeff Orlowski, tra i programmi più visti da quando è stato messo in onda lo scorso 9 settembre.
Scoprire che le piattaforme tecnologiche – considerate “ancore di salvezza” per rimanere in contatto con gli altri, cercare informazioni, fare acquisti, scoprire il miglior percorso stradale e in grado di fornire tante altre funzionalità utili – sono invece tecnologie che ci monitorano e ci controllano… può provocare questo tipo di repulsione. Insomma, niente di nuovo, se non si registrasse un crescente e sempre più diffuso sentimento di ribellione, e in fasce sempre più ampie della popolazione.

Le ragioni le spiegano bene i qualificatissimi protagonisti del documentario, tra cui l’ex esperto di etica del design di Google Tristan Harris, l’informatico Jaron Lanier, l’ex direttore della monetizzazione di Facebook Tim Kendall, l’ex responsabile dell’ingegneria di Facebook Justin Rosenstein, il primo investitore di Facebook Roger McNamee e molti altri.
Il cambiamento che stanno imponendo le Big Company del settore IT è graduale, impercettibile, ma allo stesso tempo ordinato, ben orchestrato ed estremamente efficace, anche perché fondato su miliardi di dati che ogni minuto regaliamo inconsapevolmente a queste compagnie (dove siamo, cosa guardiamo, per quanto tempo osserviamo una foto, con chi ci relazioniamo, …). E, come noto, con grandi moli di dati, si possono fare ottime previsioni.

In altri termini, per aumentare il coinvolgimento (leggasi, più tempo passato sul social network), quindi il numero di utenti (più amici, cioè user nello stesso social network), dunque più dati raccolti, queste tecnologie ci mostrano gli spunti e ci suggeriscono i contenuti ritenuti per noi più stimolanti, che non per forza sono però quelli davvero migliori. Il rovescio della medaglia, quindi, ha un prezzo elevatissimo ed è rappresentato da quella specie di incantesimo in cui viviamo: una notifica sul nostro smartphone, il ranking con cui ci mostrano i risultati di una ricerca, l’elenco delle notizie del giorno, può polarizzare la nostra attenzione e quella di milioni di persone verso un determinato argomento a cui nessuno avrebbe mai pensato. Insomma, in questo contesto regolato da manopole che qualcuno può girare a proprio piacimento influenzando il pubblico di massa, secondo Kendal “il modello di business pubblicitario”, quello che fa apparire la pubblicità giusta all’utente più adatto, è forse il più elegante tra quelli applicabili e applicati.

Lanier riporta un esempio molto interessante: immaginate, per assurdo, se Wikipedia, a seconda dell’utente, potesse cambiare le proprie definizioni per aumentare il coinvolgimento di chi sta navigando un determinato sito.
Un esempio può essere utile. Pensate di essere un BIG IT che deve massimizzare gli introiti pubblicitari, magari invogliando l’utente Mario all’acquisto di cibo spazzatura, orientereste Mario a leggere le patologie correlate alla elevata assunzione di acidi grassi? E cosa mostrereste invece se, nello stesso momento, voleste promuovere un integratore “brucia grassi” a Luca, un vostro utente che avete profilato come dipendente dal “junk food” ma nello stesso tempo fortemente intenzionato a normalizzare i valori del suo colesterolo ed il suo peso?
La capacità di profilare le performance di processing, consentono di proporre ad ogni utente la risposta “perfetta”. In pochi anni siamo passati da uno scenario in cui l’utente “usava” i dati resi disponibili da queste piattaforme, ad una realtà completamente ribaltata: sono le stesse piattaforme ad “usare” gli utenti.

Così, grazie all’impiego di intelligenza artificiale, questi sistemi profilano con precisione elevatissima ogni loro “user”. E, grazie al nuovo paradigma, per l’algoritmo è più facile vendere, condizionare o influenzare.
Vi invitiamo quindi a dedicare 90 minuti del vostro tempo nella visione di The Social Dilemma. Siamo sicuri che vi offrirà molti spunti di riflessione.
Come ad esempio: 1. “Se non state pagando qualcosa, non siete un cliente, siete il prodotto che stanno vendendo”, Andrew Lewis, giornalista. 2. I grandi BIG IT non vendono i nostri dati, ma i “modelli di comportamento e modelli previsionali” costruiti sulla base dei nostri dati. 3. Il problema non è la tecnologia, ma il suo possibile uso distorto che, come appare chiaro, le BIG IT non sono in grado di autoregolamentare.
Speriamo che la politica intervenga presto.


Link originale: https://www.analisidifesa.it/2020/10/social-media-il-preoccupante-rovescio-della-medaglia/

sabato 24 ottobre 2020

sabato 10 ottobre 2020

La Corte di Giustizia Europea e il divieto di conservazione illimitata dei metadati

Data retention, in Italia è fino a 6 anni.  Cosa stabilisce la Corte di giustizia dell’Ue e il commento del Garante




di Luigi Garofalo | Key4Biz.it, 6 Ottobre 2020, ore 11:30

La Corte di giustizia conferma che il diritto dell’Unione si oppone ad una normativa nazionale sulla conservazione dei dati, con la quale obbliga gli operatori di telecomunicazioni a conservare i metadati (non le conversazioni) di traffico telefonico e telematico. Tuttavia, la Corte definisce molte deroghe, ma solo per periodi limitati.
In Italia è fino a 6 anni. Fissa il divieto della “conservazione generalizzata e indifferenziata di dati per un tempo indeterminato”, tuttavia prevede anche molte deroghe e l’indicazione di un “periodo limitato nel tempo a quanto strettamente necessario, ma che può essere esteso se la minaccia persiste”.
La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla data retention consente oggi un confronto con la legge italiana sulla conservazione dei dati. La norma italiana impone agli operatori di telecomunicazioni di conservare i metadati (non le conversazioni) di traffico telefonico e telematico per 6 anni.

Il commento del Garante privacy alla sentenza
Di seguito la nota del Garante privacy sulla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla data retention. “Con la sentenza di oggi la Corte chiarisce che le esigenze di sicurezza nazionale non legittimano, per sé sole, la conservazione indiscriminata, da parte dei fornitori dei servizi di comunicazione elettronica, dei dati di traffico, applicandosi anche in questo caso le garanzie e i principi in materia di protezione dei dati. Linea da tempo sostenuta dal Garante per la protezione dei dati personali”.

Portando a coerente conclusione il percorso iniziato con le sentenze Digital Rights e Tele2 Sverige e in analogia con le posizioni più garantiste della CEDU, la Corte esclude che quella dei trattamenti di dati funzionali a tali finalità possa essere una ‘zona franca’ impermeabile alle esigenze di tutela della persona.
Si tratta di un principio di assoluta rilevanza, sotto il profilo democratico, nel rapporto tra libertà e sicurezza già delineato nella sentenza Schrems del luglio scorso, per evitare che una dilatazione (nell’ordinamento statunitense particolarmente marcata) della nozione di sicurezza nazionale finisca di fatto per eludere l’effettività della tutela di un fondamentale diritto di libertà, quale appunto quello alla protezione dei dati. Diritto che vive comunque in costante equilibrio con altri diritti, quale appunto quello alla sicurezza che, se oggetto di minaccia grave, può legittimare – afferma la Corte – anche misure invasive quali la conservazione generalizzata dei dati, purché per il solo tempo strettamente necessario e con alcune garanzie essenziali. “La proporzionalità resta, dunque, la chiave per affrontare l’emergenza, in ogni campo, secondo lo Stato di diritto”.

La sentenza della Corte di giustizia dell’Ue nel dettaglio
La Corte di Giustizia dell’Ue con la sentenza “conferma che il diritto dell’Unione si oppone ad una normativa nazionale che impone a un fornitore di servizi di comunicazione elettronica, a fini di lotta contro le infrazioni in generale o di salvaguardia della sicurezza nazionale, la trasmissione o la conservazione generalizzata e indifferenziata di dati relativi al traffico e alla localizzazione”. Tuttavia, la Corte definisce molte deroghe, ma solo per periodi limitati. Molte deroghe, ma solo per periodi limitati Infatti, stabilisce la Corte nelle situazioni in cui uno Stato membro si trova ad affrontare una grave minaccia per la sicurezza nazionale che si rivela autentica, presente o prevedibile, lo Stato membro può derogare all’obbligo di garantire la riservatezza dei dati relativi alle comunicazioni elettroniche richiedendo, mediante misure legislative, la conservazione generale e indiscriminata di tali dati per un periodo limitato nel tempo a quanto strettamente necessario, ma che può essere esteso se la minaccia persiste.

martedì 6 ottobre 2020

Quanto è realistico il pericolo di una deriva antidemocratica all’interno delle istituzioni europee?

«Quanto è realistico il pericolo di una deriva antidemocratica all’interno delle istituzioni europee? E quale ruolo possono giocare terrorismo e populismo? »
Questa è la domanda che mi posi nel Novembre 2016, quando cominciai a scrivere il mio romanzo.



Raccolsi quindi tutti i ritagli di giornale che avevo messo da parte negli ultimi dieci anni, ritagli che riguardano provvedimenti normativi degli Stati europei così come direttive Comunitarie –come si definivano una volta- che regolano oggi i diritti basilari di espressione, riservatezza e manifestazione di ognuno di noi. Per non tediare il lettore con un elenco illeggibile, rimando al mio blog uropia.blogspot.com dove sono in gran parte condivisi.
Presa per sé, ciascuna di quelle leggi va ad intaccare in maniera più o meno ampia ambiti generalmente limitati delle nostre libertà. Messe tutte insieme come tessere di un mosaico, però, il quadro che ne viene fuori appare allarmante: ciascuna di quelle tessere rappresenta qui ed oggi una porticina aperta, attraverso la quale qualcuno che volesse instaurare una dittatura in Europa in futuro si potrebbe avvicinare un passettino dopo l’altro al suo obiettivo.

Ho fatto finta che in un futuro distopico esistano delle élite finanziarie internazionali, le quali detengano la metà della ricchezza globale, pur rappresentando l’1% della popolazione mondiale. E che abbiano perciò influenza sul mondo dell’informazione e sui protagonisti della democrazia rappresentativa degli Stati del continente. Un’ oligarchia tecnocratica -organizzata in esclusive affiliazioni denominate Ur-Lodges- che abbia in serbo un progetto di riforma globale per cambiare il mondo che conosciamo, rendendolo un luogo più ordinato, sicuro e confortevole.  Per loro.
Più precario, autoritario e arbitrario per chiunque altro.
Cosa dovrebbero fare quelle élites per raggiungere il proprio filantropico obiettivo? Innanzitutto operare in un arco di tempo molto esteso per rovesciare un paradigma nutrito e radicato durante gli anni della guerra fredda. Dal 1945 al 1989, infatti, nel mondo occidentale era stato incoraggiato diffusamente un sentimento nazionale e patriottico in tutti gli Stati d’Europa, in funzione antisovietica; si erano reclutati ex fascisti ed ex nazisti nelle istituzioni dei nuovi Stati democratici. In particolare nei Servizi d’informazione dei Paesi occidentali, come forza militare segreta di patrioti, in caso di presa del potere nei Paesi Nato da parte dei partiti comunisti; e come manovalanza criminale per atti di sabotaggio e terrorismo nell’ottica della Strategia della tensione.

A partire dagli anni Novanta il campo era poi tornato libero per la realizzazione di un Nuovo Ordine Mondiale, che prevedeva la creazione di agglomerati politici di dimensione continentale in America e in Europa, all’interno dei quali è certo più facile implementare un regime di controllo e sorveglianza globale. Sarebbe stato quindi necessario dissolvere gli stessi sentimenti patriottici e nazionalistici fino a quel momento incoraggiati.
Dal punto di vista politico si sarebbe potuto creare una campagna per la „modernizzazione“ della politica, introducendo ovunque sistemi maggioritari che impongono a forze eterogenee e spesso in contrasto tra di loro di coalizzarsi obtorto collo per vincere. Se i cittadini avessero accettato il tradimento degli ideali di sempre da parte dei propri Rappresentanti -e addirittura lo scioglimento di partiti storici e radicati, per fondersi in entità ideologicamente neutre e di fatto equivalenti- e ciò nonostante avessero continuato a votarli, perché mai non si sarebbe potuto pensare che avrebbero un giorno futuro accettato la cancellazione della propria moneta, e persino della propria Patria?

Sul lato economico invece si sarebbe potuta coniare una nuova parola d’ordine: globalizzazione, fenomeno con cui sarebbe stato possibile mettere in concorrenza lavoratori di diverse parti del mondo, in una sorta di corsa al ribasso a spese dei salari e delle tutele giuridiche, del benessere e del potere d’acquisto delle famiglie, del gettito fiscale degli Stati. Infine la creazione di una moneta unica e contestualmente la privatizzazione delle Banche centrali e la loro indipendenza dai rispettivi dicasteri del Tesoro. Ciò avrebbe impedito agli Stati nazionali di detenere la sovranità sulla propria moneta, perdendo la possibilità di intervenire sui tassi di cambio per reagire agli shock dei mercati finanziari, e rinunciando alla possibilità di contrarre debito pubblico tramite la creazione autonoma di buoni del tesoro per ottenere moneta dalla Banca centrale, dovendo invece d’ora in poi consegnare nelle mani dei „Mercati“ il prezzo del proprio debito.
Disoccupazione, debito privato e debito pubblico sarebbero potuti essere il terreno ideale per una crisi sociale senza precedenti: una circostanza estremamente propizia. Aggiungendo una politica estera estremamente disinvolta nell’influenzare la caduta di governi più o meno legittimi in Africa e Medio Oriente, causando guerre civili senza soluzione, la crisi economica e sociale avrebbe potuto essere felicemente sostenuta ed incrementata.

domenica 27 settembre 2020

Antiterrorismo: il governo francese ha chiesto ai propri servizi segreti di uccidere cittadini francesi

Histoire: La France a ordonné à ses services secrets d’assassiner les français pro-FLN

Par Merouane Mokdad, 26/09/2020

Deux ans après le début de la guerre de libération nationale en Algérie en 1954, la France a lancé « l’opération Homo » pour assassiner les français favorables au FLN et à l’indépendance de l’Algérie. C’est ce que révèle le journaliste et documentariste Vincent Nouzille dans un livre-enquête « Les tueurs de la République », à paraître bientôt en version augmentée aux éditions Fayard, à Paris.

L’auteur s’est appuyé sur les témoignages et sur les archives de Jacques Foccart, l’homme de confiance du général Charles De Gaulle, et proche de Jacques Soustelle, ministre des Colonies, puis gouverneur général de l’Algérie. Il est, avec Charles Pasqua, l’un des fondateurs du SAC (Service d’action civique), la police parallèle de De Gaulle (dissout en 1982).

Vincent Nouzille a repris dans la nouvelle édition (la première date de 2015) de son livre un document datant d’août 1958 où est dressée une liste de neuf personnes à tuer, classées en trois catégories : « les français pro-FLN », les vendeurs d’armes au FLN et les politiques. Dans la première catégorie, est cité le nom du journaliste de gauche, travaillant à Alger à l’époque, Jacques Favrel.

Pour la seconde, on évoque les membres du Réseau Jeanson, groupe de soutien du FLN. L’un des principaux animateurs de ce groupe, le communiste Henri Curiel a été assassiné le 4 mai 1978 à Paris. Un assassinat « commandé » par les services secrets français et « exécuté » par un commando d’extrême droite. Dans le viseur des services secrets français, il y avait aussi des militants anticolonialistes européens comme l’allemand Wilhem Schulz-Lesum, considéré comme une menace pour « les intérêts français en Algérie ».

« Légionnaires déserteurs »

Installé à Tétouan, au Maroc, l’ingénieur Wilhem Schulz-Lesum avait monté, en 1956, à la demande de Abdelhafid Boussouf, un réseau de légionnaires déserteurs, allemands et autrichiens. L’objectif du FLN était d’affaiblir « Les unités de légion étrangère » par l’augmentation de la désertion, suscitant les craintes des militaires français dont le général Henri Lorillot, commandant de la 10ème région militaire.

Dans la troisième catégorie citée dans le document, des noms de politiques sont mentionnés dont celui d’Armelle Crochemore. Les opérations étaient menées par le service action du SDECE (service de documentation extérieure et de contre-espionnage), ancêtre de la DGSE. En plus des assassinats ciblés, ce service lançait des avertissements sous forme d’agression physique. Constantin Melnik, coordinateur des services de renseignement entre 1959 et 1962, a reconnu que ces opérations étaient nombreuses.

Le livre de Vincent Nouzille contredit la thèse développée par les autorités françaises, celle de ne pas s’en prendre aux ressortissants français.

Opérations clandestines

Les opérations clandestines étaient, selon lui, coordonnées par Jacques Foccart, sur ordre du Général Charles De Gaulle lui-même. « Mais, c’est une hypothèse », prévient-il compte tenu de l’inexistence d’une trace écrite. Foccart a, lui, laissé sa signature et ses notes sur plusieurs documents confidentiels consultés par l’auteur de « Les tueurs de la République ». Dans ses notes, Foccart qui, à l’époque était « conseiller technique » à Matignon, a mentionné l’amiral Georges Cabanier, chef d’état-major de la défense nationale attaché au général de Gaulle, et le général Paul Grossin, chef du SDECE entre 1957 et 1962.

Même s’il n’est pas cité, Michel Debré, Premier ministre, faisait partie aussi du petit comité qui donnait ses ordres au service action du SDECE. Durant la guerre de libération nationale, l’Opération Homo consistait en l’élimination de militants et de responsables du FLN en Algérie et à l’étranger ainsi que leurs soutiens. L’attentat raté contre Taïeb Boulahrouf à Rome faisait partie des nombreuses opérations clandestines du SDECE. Idem pour l’assassinat à Paris de Amokrane Ould Aoudia, avocat du FLN, et à Genève pour Marcel Léopold, négociant d’armes, qui approvisionnait le FLN.

lunedì 14 settembre 2020

La "profezia" di Uropia diventa realtà? L' espansione del concetto di "terrorismo" in Svizzera.

Switzerland’s new “terrorism” definition sets a dangerous precedent worldwide, UN human rights experts warn 




Questa la profezia del romanzo su un'ipotetica espansione del concetto di terrorismo: il "Principio di conformità".  Chi non si adegua è automaticamente terrorista pur senza commettere alcun reato. Il confronto con il progetto svizzero è eclatante.


GENEVA (11 September 2020) – Switzerland’s draft anti-terrorism legislation violates international human rights standards by expanding the definition of terrorism, and would set a dangerous precedent for the suppression of political dissent worldwide, UN human rights experts* warned today.

They expressed regret at the refusal of the Swiss authorities to change contentious sections of the draft law, now before parliament, but pleaded for a last-minute reversal.

“None of our recommendations have been implemented”, they said, referring to a 16-page formal letter sent to the government at the end of May. “No satisfactory response has been given to our primary concerns about the incompatibility of the bill with human rights and international best practices in counter-terrorism.”

The experts were particularly alarmed that the bill’s new definition of “terrorist activity” no longer requires the prospect of any crime at all. On the contrary, it may encompass even lawful acts aimed at influencing or modifying the constitutional order, such as legitimate activities of journalists, civil society and political activists.

According to international standards, including the UN Security Council, terrorism always involves the intimidation or coercion of populations or governments through the threat or perpetration of violence causing death, serious injury or the taking of hostages.

“Expanding the definition of terrorism to any non-violent campaign involving the spreading of fear goes far beyond current Swiss domestic law and violates international standards,” they said. “This excessively expansive definition sets a dangerous precedent and risks serving as a model for authoritarian governments seeking to suppress political dissent including through torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment.”

The experts also warned against sections of the bill that would give the federal police extensive authority to designate “potential terrorists” and to decide on preventive measures against them without meaningful judicial oversight.

“While we recognize the serious security risks posed by terrorism, we very much regret that the Swiss authorities have declined this opportunity to benefit from our technical assistance and expertise on how to combine effective preventive measures with respect for human rights,” the experts said.

The experts called on parliamentarians to keep in mind Switzerland’s traditionally strong commitment to human rights and to reject a law which “is bound to become a serious stain on Switzerland’s otherwise strong human rights legacy.”

The experts further expressed concerns over suggested amendments to the criminal code envisaging the criminalization of support to terrorist organizations, which they said may endanger Switzerland’s long and distinguished humanitarian tradition. They urged Switzerland’s lower house, the Conseil National, to validate a recent proposal by the upper house, the Conseil des Etats, to expressly exempt impartial humanitarian action from criminalization.

“Protection of human rights and effective counter-terrorism measures are not mutually exclusive objectives, but should be seen as complementary and mutually reinforcing interests of any democratic society” they said.

ENDS

*The experts: Ms. Fionnuala Ní AoláinSpecial Rapporteur on the promotion and protection of human rights while countering terrorismMr. Nils MelzerSpecial Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishmentMs. Agnes CallamardSpecial Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executionsMs. Irene Khan, Special Rapporteur on the Right to Freedom of Opinion and Expression;and Mr. Ahmed Shaheed,Special Rapporteur on freedom of religion or belief.

Special Rapporteurs are part of what is known as the Special Procedures of the Human Rights Council. Special Procedures, the largest body of independent experts in the UN Human Rights system, is the general name of the Council’s independent fact-finding and monitoring mechanisms that address either specific country situations or thematic issues in all parts of the world. Special Procedures’ experts work on a voluntary basis; they are not UN staff and do not receive a salary for their work. They are independent from any government or organization and serve in their individual capacity.

 

mercoledì 9 settembre 2020

Ancora sull'uso illegittimo dei "trojan" di Stato - Infiltrato speciale

INFILTRATO SPECIALE

"In tutto il mondo in nome della sicurezza si usano software "spia": ma spiano solo terroristi o anche giornalisti e oppositori politici? Decine di italiani sarebbero stati spiati abusivamente da un "trojan di Stato". È stato un caso isolato o c'è una falla nel sistema delle intercettazioni telematiche? Cos'è cambiato negli ultimi anni nel mondo dello spionaggio ad uso investigativo e della cybersecurity?"




Link: https://www.raiplay.it/video/2019/11/report-del-18112019-Infiltrato-speciale-113be7a7-1935-4a3c-8994-c86fae76897a.html


domenica 6 settembre 2020

Ancora sui circuiti pedofili internazionali: quando scompare un bambino

Blitz in Georgia, liberati 39 bimbi: “Schiavizzati per fini sessuali”

I piccoli venivano rapiti e ceduti ad adulti. Nove le persone arrestate



LA STAMPA, 31 agosto 2020

Francesco Semprini

 

New York. Ventisei bambini salvati, tredici messi in sicurezza, quasi trenta mandati di cattura spiccati e nove arresti eseguiti. Sono i numeri di dell’operazione «not forgotten», (non dimenticati), una macabra storia di crimini più o meno domestici legati a traffico di esseri umani, rapimento, reati sessuali, pedofilia, detenzione illegale di droghe e armi. Ma anche una storia di profondo disagio e di ignoranza. Il lieto fine è giunto ad opera della divisione minori scomparsi dello us marshals service, l’agenzia federale di polizia penitenziaria. L’operazione è stata portata a termine in due settimane tra atlanta e macon, in georgia.

 

Secondo gli investigatori, i minori in questione hanno tutti un’età compresa tra i 3 e i 17 anni, e almeno 15 di loro sono stati identificati come vittime di traffico sessuale. In sostanza erano scomparsi perché destinati ad essere ceduti ad orchi pronti ad approfittarsene sessualmente o a ridurli in stato di schiavitù. I dettagli dell’operazione sono assai limitati in quanto trattandosi di minori si tende a tutelarne la privacy. «stiamo lavorando per proteggerli e ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno», ha detto Darby Kirby, capo della divisione dei marhsals. Nove per ora gli arrestati, gli inquirenti sono sulle tracce di diverse altre persone sospettate di appartenere alla cerchia criminale. «ci sono momenti in cui salviamo bambini che sembra non vogliano essere salvati, ma quando capisci il contesto dal quale vengono, cresciuti in famiglie distrutte, capisci davvero che stiamo facendo un lavoro eroico», dice Kirby.

 

La ricerca dei bambini scomparsi è una missione relativamente nuova per l’agenzia che ne ha assunto la competenza nel 2015: un anno dopo è stata fondata l’unità «minori scomparsi». «ci chiamano cacciatori di uomini, ora non siamo più solo quello - prosegue Kirby -. Aiutiamo anche a trovare e salvare i bambini».

«quando rintracciamo gli evasi e i ricercati, è una bella sensazione sapere che stiamo mettendo il cattivo dietro le sbarre. Ma non è niente in confronto al ritrovamento di un bambino scomparso», afferma l’agenzia in una nota.

 

Secondo il marshals service, ci sono più di 420 mila bambini attualmente dispersi negli stati uniti. Di questi circa il 91% è ritenuto in pericolo e alla mercé della strada. Lo scorso anno l’agenzia ha aiutato a recuperare 295 bambini scomparsi e ha contribuito al recupero di un bimbo scomparso nel 75% dei casi. «ho dei figli. Sono sicuro che anche molti di voi ne hanno. Questi però non sono i miei figli o i vostri figli, sono i nostri figli - ha detto Donald Washington, direttore generale dei marshals -. Non smetteremo mai di cercarli».

 


Link originale: https://www.lastampa.it/esteri/2020/08/31/news/blitz-in-georgia-liberati-39-bimbi-schiavizzati-per-fini-sessuali-1.39248602


sabato 29 agosto 2020

Algorithmic Warfare: il futuro della guerra utile anche per applicazioni civili?

 Algorithmic Warfare: utile (forse indispensabile) anche in caso di pandemia


Analisi Difesa, 10 agosto 2020, di Eugenio Santagata, Andrea Melegari


Fino a qualche mese fa il concetto di Algorithmic Warfare era associato esclusivamente al dominio militare.

Si pensava che i futuri combattimenti sarebbero stati caratterizzati da una velocità decisamente superiore alla capacità umana di prendere decisioni.  Risultando, però, del tutto inconcepibile uno scenario che vede i software attaccare gli uomini, e con una velocità di reazione misurabile in millisecondi, lo scenario più probabile che sembra delinearsi prevede algoritmi in lotta contro altri algoritmi. E, forse proprio per questa ragione, tutte le superpotenze mondiali da anni investono miliardi nell’applicazione dell’intelligenza artificiale per la realizzazione di armi autonome.

Pare, ora, che l’Algorithmic Warfare possa trovare un altro ambito di applicazione, divenendo elemento cardine anche nella lotta contro il Covid-19 e contro future pandemie.

È questo il punto principale della USA National Security Commission on Artificial Intelligence, che ha messo nero su bianco il valore delle tecnologie di AI, come strumenti utili per individuare e contenere le pandemie, supportare l’innovazione nella ricerca biologica e migliorare la capacità di “response & recovery”.

La Commissione da cui sono emerse queste considerazioni è stata costituita dal Congresso nel 2019 con l’obiettivo di indagare nuove tecnologie per scopi di difesa nazionale. Nello stesso report, gli esperti suggeriscono investimenti mirati ad aumentare la resilienza rispetto agli effetti di una futura pandemia, preservando un’adeguata capacità di reazione militare.

Come ad esempio il progetto Salus, attualmente in carico al Joint Artificial Intelligence Center, la cui vision è ben rappresentata dal motto “Trasformare il Dipartimento della Difesa attraverso l’Artificial Intelligence”.

L’obiettivo del progetto, iniziato nel marzo di quest’anno, usa l’AI per prevedere la carenza di beni di prima necessità come acqua, medicine e forniture utilizzabili nell’epicentro di una potenziale emergenza pandemica.

Si tratta di fondere e analizzare molte decine di flussi di dati, in parte organizzati in database, in parte di tipo non strutturato (come ad esempio un certificato medico, il referto di un’ecografia, una chiamata al 911, …), per poter reagire immediatamente garantendo presenza sanitaria, mascherine, farmaci, ecc.

In questo contesto non serve reagire in millisecondi, ma assicurare comunque una reattività appropriata per affrontare gli avvenimenti, come purtroppo molto spesso non si è verificato nel caso del Covid-19.

La battaglia contro il Covid-19 ha oramai assunto le dimensioni di una vera e propria guerra globale. Un’emergenza non solo sanitaria ma anche di difesa nazionale. Un contesto dove occorre quindi valutare anche l’impiego di metodologie e tecnologie proprie del dominio militare, come l’Algorithmic Warfare.

I software, però, da soli non bastano: serve capacità di supercalcolo, (tanta) cyber sicurezza, ma soprattutto una cultura pronta ad accogliere l’innovazione tecnologica e capace di saper ascoltare, comprendere e valutare i segnali di allarme generati dall’intelligenza artificiale.


Link: https://www.analisidifesa.it/2020/08/algorithmic-warfare-utile-forse-indispensabile-anche-in-caso-di-pandemia/