"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

lunedì 14 settembre 2020

La "profezia" di Uropia diventa realtà? L' espansione del concetto di "terrorismo" in Svizzera.

Switzerland’s new “terrorism” definition sets a dangerous precedent worldwide, UN human rights experts warn 




Questa la profezia del romanzo su un'ipotetica espansione del concetto di terrorismo: il "Principio di conformità".  Chi non si adegua è automaticamente terrorista pur senza commettere alcun reato. Il confronto con il progetto svizzero è eclatante.


GENEVA (11 September 2020) – Switzerland’s draft anti-terrorism legislation violates international human rights standards by expanding the definition of terrorism, and would set a dangerous precedent for the suppression of political dissent worldwide, UN human rights experts* warned today.

They expressed regret at the refusal of the Swiss authorities to change contentious sections of the draft law, now before parliament, but pleaded for a last-minute reversal.

“None of our recommendations have been implemented”, they said, referring to a 16-page formal letter sent to the government at the end of May. “No satisfactory response has been given to our primary concerns about the incompatibility of the bill with human rights and international best practices in counter-terrorism.”

The experts were particularly alarmed that the bill’s new definition of “terrorist activity” no longer requires the prospect of any crime at all. On the contrary, it may encompass even lawful acts aimed at influencing or modifying the constitutional order, such as legitimate activities of journalists, civil society and political activists.

According to international standards, including the UN Security Council, terrorism always involves the intimidation or coercion of populations or governments through the threat or perpetration of violence causing death, serious injury or the taking of hostages.

“Expanding the definition of terrorism to any non-violent campaign involving the spreading of fear goes far beyond current Swiss domestic law and violates international standards,” they said. “This excessively expansive definition sets a dangerous precedent and risks serving as a model for authoritarian governments seeking to suppress political dissent including through torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment.”

The experts also warned against sections of the bill that would give the federal police extensive authority to designate “potential terrorists” and to decide on preventive measures against them without meaningful judicial oversight.

“While we recognize the serious security risks posed by terrorism, we very much regret that the Swiss authorities have declined this opportunity to benefit from our technical assistance and expertise on how to combine effective preventive measures with respect for human rights,” the experts said.

The experts called on parliamentarians to keep in mind Switzerland’s traditionally strong commitment to human rights and to reject a law which “is bound to become a serious stain on Switzerland’s otherwise strong human rights legacy.”

The experts further expressed concerns over suggested amendments to the criminal code envisaging the criminalization of support to terrorist organizations, which they said may endanger Switzerland’s long and distinguished humanitarian tradition. They urged Switzerland’s lower house, the Conseil National, to validate a recent proposal by the upper house, the Conseil des Etats, to expressly exempt impartial humanitarian action from criminalization.

“Protection of human rights and effective counter-terrorism measures are not mutually exclusive objectives, but should be seen as complementary and mutually reinforcing interests of any democratic society” they said.

ENDS

*The experts: Ms. Fionnuala Ní AoláinSpecial Rapporteur on the promotion and protection of human rights while countering terrorismMr. Nils MelzerSpecial Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishmentMs. Agnes CallamardSpecial Rapporteur on extrajudicial, summary or arbitrary executionsMs. Irene Khan, Special Rapporteur on the Right to Freedom of Opinion and Expression;and Mr. Ahmed Shaheed,Special Rapporteur on freedom of religion or belief.

Special Rapporteurs are part of what is known as the Special Procedures of the Human Rights Council. Special Procedures, the largest body of independent experts in the UN Human Rights system, is the general name of the Council’s independent fact-finding and monitoring mechanisms that address either specific country situations or thematic issues in all parts of the world. Special Procedures’ experts work on a voluntary basis; they are not UN staff and do not receive a salary for their work. They are independent from any government or organization and serve in their individual capacity.

 

mercoledì 9 settembre 2020

Ancora sull'uso illegittimo dei "trojan" di Stato - Infiltrato speciale

INFILTRATO SPECIALE

"In tutto il mondo in nome della sicurezza si usano software "spia": ma spiano solo terroristi o anche giornalisti e oppositori politici? Decine di italiani sarebbero stati spiati abusivamente da un "trojan di Stato". È stato un caso isolato o c'è una falla nel sistema delle intercettazioni telematiche? Cos'è cambiato negli ultimi anni nel mondo dello spionaggio ad uso investigativo e della cybersecurity?"




Link: https://www.raiplay.it/video/2019/11/report-del-18112019-Infiltrato-speciale-113be7a7-1935-4a3c-8994-c86fae76897a.html


domenica 6 settembre 2020

Ancora sui circuiti pedofili internazionali: quando scompare un bambino

Blitz in Georgia, liberati 39 bimbi: “Schiavizzati per fini sessuali”

I piccoli venivano rapiti e ceduti ad adulti. Nove le persone arrestate



LA STAMPA, 31 agosto 2020

Francesco Semprini

 

New York. Ventisei bambini salvati, tredici messi in sicurezza, quasi trenta mandati di cattura spiccati e nove arresti eseguiti. Sono i numeri di dell’operazione «not forgotten», (non dimenticati), una macabra storia di crimini più o meno domestici legati a traffico di esseri umani, rapimento, reati sessuali, pedofilia, detenzione illegale di droghe e armi. Ma anche una storia di profondo disagio e di ignoranza. Il lieto fine è giunto ad opera della divisione minori scomparsi dello us marshals service, l’agenzia federale di polizia penitenziaria. L’operazione è stata portata a termine in due settimane tra atlanta e macon, in georgia.

 

Secondo gli investigatori, i minori in questione hanno tutti un’età compresa tra i 3 e i 17 anni, e almeno 15 di loro sono stati identificati come vittime di traffico sessuale. In sostanza erano scomparsi perché destinati ad essere ceduti ad orchi pronti ad approfittarsene sessualmente o a ridurli in stato di schiavitù. I dettagli dell’operazione sono assai limitati in quanto trattandosi di minori si tende a tutelarne la privacy. «stiamo lavorando per proteggerli e ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno», ha detto Darby Kirby, capo della divisione dei marhsals. Nove per ora gli arrestati, gli inquirenti sono sulle tracce di diverse altre persone sospettate di appartenere alla cerchia criminale. «ci sono momenti in cui salviamo bambini che sembra non vogliano essere salvati, ma quando capisci il contesto dal quale vengono, cresciuti in famiglie distrutte, capisci davvero che stiamo facendo un lavoro eroico», dice Kirby.

 

La ricerca dei bambini scomparsi è una missione relativamente nuova per l’agenzia che ne ha assunto la competenza nel 2015: un anno dopo è stata fondata l’unità «minori scomparsi». «ci chiamano cacciatori di uomini, ora non siamo più solo quello - prosegue Kirby -. Aiutiamo anche a trovare e salvare i bambini».

«quando rintracciamo gli evasi e i ricercati, è una bella sensazione sapere che stiamo mettendo il cattivo dietro le sbarre. Ma non è niente in confronto al ritrovamento di un bambino scomparso», afferma l’agenzia in una nota.

 

Secondo il marshals service, ci sono più di 420 mila bambini attualmente dispersi negli stati uniti. Di questi circa il 91% è ritenuto in pericolo e alla mercé della strada. Lo scorso anno l’agenzia ha aiutato a recuperare 295 bambini scomparsi e ha contribuito al recupero di un bimbo scomparso nel 75% dei casi. «ho dei figli. Sono sicuro che anche molti di voi ne hanno. Questi però non sono i miei figli o i vostri figli, sono i nostri figli - ha detto Donald Washington, direttore generale dei marshals -. Non smetteremo mai di cercarli».

 


Link originale: https://www.lastampa.it/esteri/2020/08/31/news/blitz-in-georgia-liberati-39-bimbi-schiavizzati-per-fini-sessuali-1.39248602


sabato 29 agosto 2020

Algorithmic Warfare: il futuro della guerra utile anche per applicazioni civili?

 Algorithmic Warfare: utile (forse indispensabile) anche in caso di pandemia


Analisi Difesa, 10 agosto 2020, di Eugenio Santagata, Andrea Melegari


Fino a qualche mese fa il concetto di Algorithmic Warfare era associato esclusivamente al dominio militare.

Si pensava che i futuri combattimenti sarebbero stati caratterizzati da una velocità decisamente superiore alla capacità umana di prendere decisioni.  Risultando, però, del tutto inconcepibile uno scenario che vede i software attaccare gli uomini, e con una velocità di reazione misurabile in millisecondi, lo scenario più probabile che sembra delinearsi prevede algoritmi in lotta contro altri algoritmi. E, forse proprio per questa ragione, tutte le superpotenze mondiali da anni investono miliardi nell’applicazione dell’intelligenza artificiale per la realizzazione di armi autonome.

Pare, ora, che l’Algorithmic Warfare possa trovare un altro ambito di applicazione, divenendo elemento cardine anche nella lotta contro il Covid-19 e contro future pandemie.

È questo il punto principale della USA National Security Commission on Artificial Intelligence, che ha messo nero su bianco il valore delle tecnologie di AI, come strumenti utili per individuare e contenere le pandemie, supportare l’innovazione nella ricerca biologica e migliorare la capacità di “response & recovery”.

La Commissione da cui sono emerse queste considerazioni è stata costituita dal Congresso nel 2019 con l’obiettivo di indagare nuove tecnologie per scopi di difesa nazionale. Nello stesso report, gli esperti suggeriscono investimenti mirati ad aumentare la resilienza rispetto agli effetti di una futura pandemia, preservando un’adeguata capacità di reazione militare.

Come ad esempio il progetto Salus, attualmente in carico al Joint Artificial Intelligence Center, la cui vision è ben rappresentata dal motto “Trasformare il Dipartimento della Difesa attraverso l’Artificial Intelligence”.

L’obiettivo del progetto, iniziato nel marzo di quest’anno, usa l’AI per prevedere la carenza di beni di prima necessità come acqua, medicine e forniture utilizzabili nell’epicentro di una potenziale emergenza pandemica.

Si tratta di fondere e analizzare molte decine di flussi di dati, in parte organizzati in database, in parte di tipo non strutturato (come ad esempio un certificato medico, il referto di un’ecografia, una chiamata al 911, …), per poter reagire immediatamente garantendo presenza sanitaria, mascherine, farmaci, ecc.

In questo contesto non serve reagire in millisecondi, ma assicurare comunque una reattività appropriata per affrontare gli avvenimenti, come purtroppo molto spesso non si è verificato nel caso del Covid-19.

La battaglia contro il Covid-19 ha oramai assunto le dimensioni di una vera e propria guerra globale. Un’emergenza non solo sanitaria ma anche di difesa nazionale. Un contesto dove occorre quindi valutare anche l’impiego di metodologie e tecnologie proprie del dominio militare, come l’Algorithmic Warfare.

I software, però, da soli non bastano: serve capacità di supercalcolo, (tanta) cyber sicurezza, ma soprattutto una cultura pronta ad accogliere l’innovazione tecnologica e capace di saper ascoltare, comprendere e valutare i segnali di allarme generati dall’intelligenza artificiale.


Link: https://www.analisidifesa.it/2020/08/algorithmic-warfare-utile-forse-indispensabile-anche-in-caso-di-pandemia/

lunedì 17 agosto 2020

L'abolizione del contante e la distopia futura

Il denaro elettronico e la distopia tecnologica

di Tommaso Papini, da Zafferano dell’8 agosto 2020



 

Prendiamola alla lontana.

Che cosa si intende per utopia?

Utopia, dal greco "οὐ", cioè "non", e "τόπος", ovvero "luogo", significa letteralmente "non-luogo", cioè un luogo che non esiste. Vale la pena di segnalare che tale parola sia stata coniata da Tommaso Moro e che in origine vi fosse un gioco di parole con l’inglese "eutopia" dove, la particella "εὖ" significa "buono" o "bene", e "τόπος", mi scuserete per la ripetizione, "luogo".

Essa può assumere quindi il significato di “buon luogo" ed al tempo stesso di “non-luogo”. E prendendo sotto mano la Treccani scopriamo che...

... la parola utopia è definita come la formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). Un meraviglioso ideale astratto, non realizzabile, ma al quale si può (provare a) tendere. Si può soltanto provare, però, perché intanto non è detto che il sentimento sia condiviso, ma prima di tutto non è scontato che si pensi tutti quanti alla stessa cosa quando ci riferiamo ad un ideale. L’elemento soggettivo è fondamentale in questo caso.

 

E la distopia? "δυς-" fornisce il significato di "cattivo”.  Ancora l’enciclopedia Treccani la definisce come "una previsione, una descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia […] , si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa)".

Ma se l’utopia è difficile da afferrare, come concetto, ciò non vale necessariamente per la distopia. Un esempio a proposito l'abbiamo sotto gli occhi. Vediamolo.

 

Se un sistema politico, sociale ed economico, prevede, come ha previsto all’incirca fino a 30 anni fa in Italia, uno sviluppo in positivo delle condizioni di vita della società, non stiamo parlando di utopia, in quanto tale sviluppo era molto reale, anche se parliamo comunque di qualcosa di riconducibile al “buono” o al “bene”. Di conseguenza, quando tutto ciò comincia a venire meno, ed anzi, come negli ultimi anni, si accelera in maniera sconcertante verso un peggioramento delle condizioni di vita per via dell’aumento irrazionale di vincoli, costrizioni e sottrazione di diritti (in maniera permanente), forse è più facile figurarsi un assetto simile alla distopia. In esso, tra gli altri, domina il tema dell'inevitabilità.

 

Quante volte ci siamo sentiti ripetere che un certo tipo di futuro fosse inevitabile? Se parliamo di economia il principio del TINA (There Is No Alternative) dovrebbe far suonare qualche campanello. Parimenti dovrebbe farlo il ricordo (più simile a un eterno ritorno) de “i Mercati” che si spaventano in vista di elezioni in un certo Paese o in vista di scelte politiche prese da governi democraticamente eletti, espressione quindi della comunità nazionale. Le crisi, in conseguenza dello spavento dei Mercati, sono proprio quegli strumenti che servono a far prendere  quelle decisioni verso cui normalmente vi sarebbe una grande opposizione. E che dire dei flussi migratori? Stessa storia: l’immigrazione di massa è un fenomeno inevitabile, inarginabile ma anzi da perseguire in vista di una nuova società aperta e mista, meticcia come amano definirla alcuni...

 

Nel campo della medicina e della sanità non possiamo non rammentare l’iter di approvazione del decreto vaccini del ministro Lorenzin, attuatore di una politica sanitaria imposta dall’alto e che doveva trovare accoglimento negli ordinamenti dei vari Stati membri dell’UE. Il ruolo di apripista è toccato all’Italia. Più di recente sono state riportate dalle cronache alcune dichiarazioni di rappresentanti politici riguardo all’eventualità di TSO per chi rifiutasse le cure per il Covid-19 oppure riguardo la richiesta di una legge che autorizzasse le autorità dei territori a deportare i “malati” in strutture alternative alla loro abitazione durante il periodo di “cura”. Anche qui, agisce uno dei componenti principe della distopia: una volontà di controllo che sfiora la mania.

 

E la politica? E "la democrazia"? Qualche mese fa votare in autunno (2020) è stato definito, da alcuni, antiscientifico per via del fatto che si potessero diffondere malattie. Molto probabilmente il prossimo passo sarà il voto elettronico e perché no, da casa usando il proprio smartphone o computer e l’identità digitale.

 

Molto, e da diversi punti di osservazione, ci sarebbe da dire sugli esempi testé riportati e tanto è già stato scritto. Per rimanere in un ambito prettamente teorico possiamo rilevare che essi siano legati dal fatto di: non essere stati richiesti da nessuno, essere presentati come inevitabili e da portare avanti contro il volere dei più, a qualsiasi costo, poiché soluzioni infallibili. Va da sé che se le scelte sono giuste allora non sono più scelte ma, giustappunto, obblighi. In tutto questo l’essere umano è un ostacolo, e allora ben venga un’intelligenza artificiale che superi le fallibilità dell’uomo ed il suo libero arbitrio. Anche durante la “rivoluzione digitale” l’essere umano è sempre al centro della riflessione, ma come oggetto da sorvegliare e dominare e non certo come essere sociale. Da esso non nascono le istanze ma, contro di lui, sono rivolte.

 

E qui arriviamo al tema di questo articolo: il contante e l'attuale deriva cashless.

Le forme di pagamento elettroniche sono spesso dipinte come latrici soltanto di virtù salvifiche e sono quindi parte di una politica col “pilota automatico”, a prescindere che la comunità ne senta il bisogno e voglia davvero procedere in quella direzione e che eventualmente si organizzi in una qualche forma di protesta. Al giorno d’oggi il digitale in generale promette di migliorare parti e funzioni dell’essere umano. Le varie forme di pagamento elettronico sono solo una parte, importante, di questo puzzle.

 

Le transazioni digitali ci viene detto che sono tracciabili e che potrebbero fare emergere “il nero”, ovvero l’economia sommersa, e magari porre fine ai facili guadagni delle attività criminali. Invero la letteratura scientifica è piena di contributi autorevoli nei quali questi miti vengono ridimensionati, se non proprio spesso smentiti.

 

Basterebbe però il buon senso per storcere il naso di fronte a tali dichiarazioni quando sui giornali si leggono le cifre sbalorditive dell’elusione ed evasione fiscale delle grandi multinazionali nei paesi UE. Tali cifre raggiungono tranquillamente l’ordine dei 6 miliardi di euro per quanto riguarda la sola Italia, e no, le multinazionali non eludono/evadono trasportando su camion, treni o aerei, diverse tonnellate di cartamoneta. Quanti idraulici, imbianchini e muratori ci vorranno per mettere assieme cifre del genere?

A livello comunitario uno studio del 2016 pubblicato dal Parlamento europeo stima, in maniera conservativa, che il gettito evaso annualmente dalle multinazionali nei paesi UE ammonti a 160-190 miliardi di euro.

Tutta colpa del contante…

 

Evidentemente lo scopo che la “rivoluzione” digitale si prefigge non è quello dichiarato. Non essendo quello dichiarato evidentemente lo scopo, come dice il Pedante, è un altro. Azzardando un’ipotesi si potrebbe sospettare che il sistema economico nel quale siamo bloccati soffra di rendimenti drammaticamente decrescenti e che per salvarsi debba accumulare "espropriando". Siccome le persone, dopo un po’ di tempo passato nelle difficoltà, tendono a manifestare dissenso allora si rende necessario attuare una qualche forma di controllo sociale.

 

In un mondo dove tutte le transazioni sono elettroniche per prima cosa, di transazione in transazione, il denaro perderà valore per via delle commissioni, e, mancando l’elemento fisico, non si potrà detenere i propri risparmi finendo così per doversi fidare della solidità del sistema bancario nazionale ed internazionale. Possiamo sorvolare sugli ultimi 12 anni di crisi economica. Tutte le nostre spese, preferenze di consumo, attività (i cosiddetti Big Data dal valore inestimabile per le multinazionali), verrebbero ad ogni modo tracciate ed abbiamo già visto casi in cui anche il più sofisticato sistema informatico possa essere oggetto ad un attacco da parte di hacker. Dopo tutto l’intelligenza artificiale è intelligente quanto chi l’ha programmata.

 

Proviamo, dunque, per esercizio intellettuale, a delineare una vera distopia tecnologica utilizzando degli esempi plausibili ed attuali.

Quanto tempo passerebbe prima che si possano determinare, tramite un algoritmo si intende, le cure di cui una persona ha diritto in base alle spese (tutte tracciatissime) che compie in generi alimentari? Più i mezzi finanziari a disposizione sono scarsi e più l’alimentazione della persona in questione potenzialmente ne può risentire e, a cascata, la sua salute. Una cattiva alimentazione potrebbe quindi condurre alla privazione delle cure (una volta ravvisato l’acquisto di cibi ad alto contenuto calorico), ad una spesa in proporzione maggiore, oppure a delle limitazioni di qualche tipo come ad esempio la discesa negli inferi del fondo di una graduatoria.

 

In questo momento si stanno sperimentando chip da impiantare sottopelle con la capacità di contenere informazioni sanitarie dell’individuo, identità digitale, un badge con cui entrare a lavoro financo le informazioni bancarie con cui effettuare i pagamenti quotidiani.

 

L’“internet delle cose” è alle porte, ovvero la facoltà di collegare ad internet il forno o l’asciugacapelli (anche se nessuno ne ha mai sentito il bisogno), mentre già colleghiamo il nostro smartphone alla nostra auto. Non è certo improponibile l’idea che un domani ci si possa connettere, tramite il sopracitato chip, alla nostra vettura a guida autonoma, rigorosamente elettrica ed assicurata dal suo stesso produttore. Forse in futuro le auto a guida autonoma, interfacciando il loro software con i chip sottopelle, potranno determinare, in caso di incidente, se la vita degli occupanti possa essere degna di essere salvata rispetto ai possibili danni collaterali a persone o cose.

È un dipinto fin troppo realistico.

 

Proviamo a fare un altro giro nella spirale, un altro collegamento, e a trasformare quanto detto in un racconto di fantascienza distopica.

Il protagonista del nostro breve racconto si chiama Carlo. È un professore universitario che lavora nel sud Italia. Negli ultimi anni, per ottemperare alle regole della disciplina di bilancio, gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici italiani sono stati ricalcolati in base al costo della vita dell’area geografica in cui si risiede. Il sistema di posizionamento Galileo è stato ulteriormente migliorato e si è sempre sotto controllo. La crisi ha colpito anche lui che fino a quel momento era riuscito a mantenere un buon livello di vita.

 

Carlo possiede un’auto a guida autonoma. Il chip si collega al software e così può procedere all’accensione. In quel momento vengono scambiate tutte le informazioni. Carlo seleziona il suo percorso abituale casa-lavoro e l’auto finalmente parte. Durante la strada un bambino in monopattino invade accidentalmente la carreggiata. L’impatto è imminente, poche e rischiose le vie di fuga. O si salva il bambino, provocando grossi danni all’auto e al suo occupante, oppure si tenta una manovra che potrebbe mettere in pericolo altri utenti della strada ma che potenzialmente, con un po’ di fortuna, potrebbe non recare grossi danni.

 

Il computer calcola velocemente: in quel momento è in contatto anche con i chip dei pedoni e delle auto attorno. La manovra che potrebbe, forse, salvare tutti quanti è giudicata troppo azzardata. Carlo non rientra nei parametri della persona da salvare. Ha 60 anni ed è malato, la sua vita non è degna di essere salvata e quindi la sua auto esce di strada andando ad impattare contro un muro. Carlo muore, senza possibilità di scelta.

Che ne è dell’essere umano senza il pensiero, la scelta, l’arbitrio? Niente.

 

Questo è realmente distopico. The Sky’s the limit, o meglio: The Hell’s the limit.

 

Link originale: https://zafferano.news/rubrica/speciale-cashless-3/z73-il-denaro-elettronico-e-la-distopia-tecnologica 

lunedì 3 agosto 2020

I rapporti tra Turchia e Nato: dal romanzo alla realtà?

Cacciare la Turchia dalla NATO?

Da Analisi Difesa, 15 luglio 2020 di Giuseppe Cucchi



 

Cacciare la Turchia dalla NATO è indubbiamente una tentazione che si fa di giorno in giorno più incalzante, alimentata dal modo in cui il Paese anatolico, e soprattutto il suo “uomo forte” procedono sulla scena della politica internazionale, del tutto indifferenti al danno o al fastidio che alcuni dei loro atti possono provocare a quelli che – almeno in teoria – sono ancora formalmente loro alleati a tutti gli effetti.

Sono ormai parecchi anni che le cose procedono in questo modo e che l’Alleanza è sottoposta da Ankara a continue provocazioni e ricatti. Per non parlare poi di quelli che, pur senza interessare direttamente il Patto Atlantico, feriscono tuttavia o il suo pilastro europeo o quello di oltre Oceano.


Così gli Stati Uniti si sono visti negare in più occasioni l’uso di basi che pure in alcuni momenti sarebbero risultate preziose. Un rifiuto, tra l’altro, che in alcuni casi si è anche chiaramente configurato come un sostegno indiretto fornito da Erdogan a regimi o movimenti islamici estremisti.

Così l’Unione Europea è stata e rimane costantemente sottoposta al ricatto dei profughi-migranti che ha avuto il torto di accettare la prima volta invece di sigillare ermeticamente le proprie frontiere e mandare al diavolo chi proponeva il baratto. Ed in materia di ricatti si sa che chi cede una volta…..

Così l’intero Occidente ha dovuto accettare prima che Ankara si crogiolasse con l’ISIS in una apparente neutralità che in molte occasioni sconfinava in aperta complicità, poi che essa attaccasse, oltretutto servendosi per buona parte di milizie irregolari legate all’estremismo islamico, quei curdi che erano stati i nostri migliori alleati nel crogiolo medio orientale.

Così una serie di decisioni unilaterali di Ankara ha portato il disordine nelle acque mediterranee, cambiato le carte sul tavolo in Libia, ridato fiato ad una “Fratellanza Musulmana” che si sperava ridotta agli estremi e, ultimamente, restituito alla condizione di moschea la chiesa di Santa Sofia ad Istanbul, nonostante ciò potesse suonare come uno schiaffo deliberatamente inflitto all’intero ecumene cattolico ed ortodosso.

Quanto all’Alleanza Atlantica poi, essa è stata direttamente ferita dalla decisione di Erdogan di acquistare armamenti controaerei e reattori nucleari in Russia, una decisione su cui il Presidente turco non ha più acconsentito a ritornare nonostante gli sia costata il blocco della prevista fornitura statunitense di aerei F-35.

Ce ne è abbastanza per iniziare a considerare la Turchia non più come un fedele alleato, come essa era vista ai tempi di quel controllo militare sul paese di fronte a cui le nostre democrazie storcevano il naso incapaci di rendersi conto della sua funzione di estrema garanzia, bensì come un pericolo immanente, un costante elemento di destabilizzazione per tutta quella area mediterranea che per la NATO è di estremo interesse?

Certamente sì, e sarebbe a questo punto anche il caso di chiederci che cosa ci stia a fare un membro di questo genere in seno ad una Alleanza che dovrebbe essere il faro della sicurezza, della stabilità e della democrazia in tutta l’area Nord Atlantica.

Oltretutto lo status di membro della Turchia potrebbe permetterle , in un domani che si spera resti ipotetico, di paralizzare qualsiasi eventuale azione dell’Alleanza che risulti  non di suo gradimento .
Non sembra comunque che l’urgenza del problema di che cosa fare di questo alleato a dir poco scomodo sia sentita come tale dai vertici della NATO che sino ad oggi, probabilmente procedendo su una linea condivisa con il “Grande Fratello” americano, si sono rifiutati di iniziare qualsiasi discussione anche informale al riguardo.

A chi poneva dall’esterno la domanda sono state cosi opposte costantemente le medesime due obiezioni. La prima, di carattere formale, consiste nel fatto che il Trattato del Nord Atlantico, pur prevedendo esplicitamente il caso e la procedura per il ritiro volontario di un membro dall’Alleanza, non si esprime invece sull’eventualità che esso venga invitato, o costretto, ad andarsene dalla volontà congiunta di tutti gli altri associati.

Quello che non viene mai indicato è però come un altro articolo sancisca come basterebbe la richiesta di un solo partner per aprire la via ad una eventuale revisione che consenta di rimediare alla mancanza.
La seconda obiezione, di carattere storico/pratico questa volta, è centrata poi sul modo in cui, anche nei momenti più delicati della sua e della loro storia, la NATO non abbia mai considerato provvedimenti tanto drastici nei riguardi dei propri membri.

Al massimo essa si è limitata ad applicare nei loro confronti quella specie di “periodo di quarantena” non dichiarato che nella pratica, anche se non formalmente, li escludeva dalle maggiori decisioni.
Si trattò di un provvedimento che venne a suo tempo utilizzato verso la “Grecia dei Colonnelli”, verso il “Portogallo della rivoluzione dei garofani ” ed anche nei riguardi dell’Italia, per lo meno nel 1976 allorché sembrava che il PCI di Berlinguer potesse diventare maggioritario nel nostro paese.

Anche qui vi è comunque qualcosa che non viene detto esplicitamente. La quarantena dei reprobi di turno fu resa infatti possibile da una silente approvazione del provvedimento da parte degli interessati che trovarono più conveniente tacere e continuare a rimanere membri piuttosto che finire col rischiare di mettere in discussione la loro appartenenza alla Alleanza, con tutto ciò che da tale condizione derivava.

 

Non sembra che in questo momento tale sia il caso né della Turchia né del Presidente Erdogan che ne è l’espressione pubblica di vertice.  Basta far mente locale alla feroce arroganza con cui egli ha definito “intromissione negli affari interni turchi ” le civili proteste di buona parte del mondo nei riguardi della trasformazione in moschea di Santa Sofia per rendersi infatti conto di come Ankara reagirebbe nel vedersi silenziosamente esclusa dai giochi maggiori della Alleanza.

Cosa fare allora? E per quanto continuare a sopportare un rosario di eventi e di forzature collegate l’una all’altra che ricorda molto tanto nel modo, quanto negli effetti, quanto infine nell’impatto sulla opinione pubblica occidentale quello che fu il comportamento delle grandi dittature europee negli anni Trenta del secolo scorso?

Certo, perdere la Turchia significherebbe lasciare quasi sguarnito il fianco sud-est della nostra Alleanza e ciò potrebbe rivelarsi poco prudente, almeno sino a quando rimarranno aperti con la Russia i vari contenziosi in atto.

 

Link originale: https://www.analisidifesa.it/2020/07/cacciare-la-turchia-dalla-nato/

sabato 18 luglio 2020

La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia



"È mio desiderio e mio dovere parlare a tutti voi apertamente di ciò che sta accadendo alla radio e alla televisione, e se quello che dico è irresponsabile, allora io solo sono da ritenere responsabile. La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia.

E se fra cinquanta, o cento anni degli storici vedranno le registrazioni settimanali di tutti e tre i nostri network, si ritroveranno di fronte a immagini in bianco e nero o a colori, prova della decadenza, della vacuità e dell'isolamento dalla realtà del mondo in cui viviamo.

Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti.

C'è un'allergia insita in noi alle notizie spiacevoli o disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza.

Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l'abbondanza e non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci, isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando ormai sarà troppo tardi per rimediare.


Ho iniziato dicendo che la storia la facciamo noi.

Se continueremo così, la storia prima o poi si vendicherà e il castigo non impiegherà molto ad arrivare.

Una volta tanto elogiamo l'importanza delle idee e dell'informazione.

Sogniamo anche che una qualche domenica sera lo spazio occupato normalmente da Ed Sullivan sia occupato da un attento sondaggio sullo stato dell'istruzione in America.

E che una o due settimane dopo lo spazio occupato normalmente da Steve Allen sia dedicato a uno studio approfondito della politica americana in Medio Oriente.

Forse l'immagine dei rispettivi sponsor ne risulterebbe danneggiata? Forse i loro azionisti si lamenterebbero e infurierebbero?

Che cosa potrebbe succedere oltre al fatto che qualche milione di persone sarebbe più informato su argomenti che possono determinare il futuro di questo paese e di conseguenza anche il futuro di queste aziende.

A coloro che dicono: la gente non starebbe a guardare, non sarebbe interessata, è troppo compiaciuta, indifferente e isolata, io posso solo rispondere: ci sono, secondo la mia opinione, delle prove inconfutabili contro questa tesi.

Ma anche se avessero ragione, che cosa avrebbero da perdere?

Perché se avessero ragione e questo strumento non servisse a nulla se non a intrattenere, divertire e isolare, i suoi effetti positivi si starebbero dissolvendo e presto la nostra battaglia sarebbe perduta.

Questo strumento può insegnare, può illuminare, sì, può anche essere fonte di ispirazione, ma può farlo solo ed esclusivamente se l'essere umano deciderà di utilizzarlo per questi scopi. Altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici e valvole in una scatola. Buona notte e buona fortuna."


Edward R. Murrow (David Strathairn) dal film „Good night, and good luck“

 

sabato 4 luglio 2020

Lo sdoganamento della pedofilia

Pedofilia sdoganata: "L'esito della liberazione sessuale"

 


La Nuova Bussola Quotidiana, 29 settembre 2017

 

"Se il sesso non ha uno scopo, basta dire che il bambino è "libero" e il gioco è fatto". Don Di Noto svela la strategia delle lobby pedofile sostenute da circoli di potere, intellettuali e della moda: diffondono libri e immagini per normalizzare quello che invece dovrebbe essere denunciato come il più grande crimine umano. Segnalati casi di abuso anche su neonati. 

Dopo l'omosessualità viene ormai sdoganata dalle accademie americane, dal mondo della moda e dai tribunali, anche la pedofilia. A partire da alcuni fatti Don Fortunato Di Noto, dell’associazione Meter, che da vent’anni si batte contro la pedofilia incontrando anche le piccole e "crescenti vittime” dell’ipersessualizzazione della società, spiega le conseguenze di un sessualità privata del suo scopo. "A lungo andare non può che contemplare anche la pedofilia che viene definita "consenziente"".

 

Don Di Noto, la Corte di Cassazione nel 2013 ha confermato la pena “mite” di un 60enne perché la sua vittima, di 11 anni, sarebbe stata “consenziente” e lui “innamorato”. Allo stesso modo il tribunale di Vicenza aveva inflitto una condanna ridotta ad un macellaio di 34 anni che aveva avuto rapporti sessuali con una tredicenne. Com'è possibile?
Io non so se questi giudici si accorgono di servire il disegno della lobby pedofila. Se si comincia ad accettare che esistano i bambini cosiddetti “consenzienti”, che devono essere lasciati liberi di avere rapporti sessuali, la pedofilia sarà presto sdoganata. Non lo dico io, ma i pedofili: basta andare sui siti madre delle loro lobby per leggere di persone che si definiscono “pedofili virtuosi” per il fatto di avere rapporti con i minori solo se loro acconsentono. Ma in fondo che c’è di male se, come ormai dicono media e politici, i bambini devono essere liberi di esprimere la loro sessualità al pari degli adulti? 

 

Siamo davvero allo sdoganamento della pedofilia? Come si può sostenere che un bambino possa essere consenziente?
Sono 30 anni che si cerca di far passare la cosiddetta “pedofilia buona” e il “buon pedofilo”. Come si può sostenere che sia consenziente lo capii nel 1996 quando scoprii che esisteva un fronte nazionale di pedofili con sezione italiana. Uno di loro, con lo pseudonimo di The Slurp, aveva indirizzato una lettera ai bambini che recitava così: “Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. Bene, ricorda soltanto una cosa: se puoi dire di no, puoi anche dire di si…Se ti senti di fare qualcosa hai il diritto di farlo. Sei tu che puoi scegliere". Ed ancora : “Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti chiedono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. Questo capita spesso quando i tuoi amici sono degli adulti. Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, o con una amica adulta, può farlo andare in prigione e rovinargli la vita…Sai poi cosa capita a te quando la gente lo scopre? Vai in terapia. Terapia vuol dire che devi sottostare a qualcuno che cercherà di convincerti che tutto quello che hai fatto con il tuo amico è stata una cosa orribile e che il tuo stesso amico è una persona orribile. Possono persino darti delle medicine per calmarti. Diventi una persona malata”. 

 

Una violenza psicologica da far ribrezzo. Come non vedere, come non ribellarsi? 
Senza un consenso mondiale di tutte le legislazioni circa il fatto che i minorenni non possono esprimere alcun consenso, questa mentalità prenderà sempre più piede e le sentenze (ecco l'ultima, ndr) non faranno che sostenere le lobby pedofile, facendoci abituare all’idea che in fondo “non c’è nulla di male”. Per questo dico che se gli Stati, tutti, non riconosceranno la pedofilia come crimine contro l’umanità perderemo anche questa guerra.

 

Sembrerebbe impossibile abituarsi ad un male simile, ma di fatto lo sdoganamento è già avvenuto: la rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha pubblicato due studi dello psicologo Bruce Rind, in cui i rapporti sessuali fra adulti e bambini vengono segnalati come privi di conseguenze negative di lunga durata. Come rispondere?
Dicano quello che vogliono, ma dopo 25 anni di lavoro per combattere la pedofilia e cercare di recuperare le vittime posso dire di non averne conosciuta nemmeno una senza problemi psichici e relazionali e senza ferite profonde e dolorosissime. Ho visto vite distrutte, gente psichicamente devastata. Questi intellettuali che hanno tempo di scrivere libri dovrebbero avere il coraggio di dire queste cose alle vittime. Ne parlino alla bambina di 11 che ho incontrato di recente, abituata ad essere abusata, che i pedofili definirebbero “consenziente” perché ormai non si ribellava più e che pare una bomba ad orologeria con reazioni incontrollabili. E poi vorrei vedere il campione usato da Rind. Infatti, oltre all’esperienza, la scienza finora ha provato, con dati e campioni validi, che i traumi anche sui bambini piccolissimi di due/tre anni vengono immagazzinati dall’inconscio e si sviluppano con reazioni violente, negative e di disadattamento.

 

Stephen Kershnar, professore di filosofia della State University of New York ha tranquillamente pubblicato un libro acquistabile su Amazon, Adult-Child Sex: An Analysis, che parla della pedofilia come di uno stigma sociale paragonando il ribrezzo suscitato dalle immagini di rapporti sessuali fra adulti e bambini a quello che potrebbe suscitare il vedere immagini di rapporti sessuali fra persone obese. Come mai la vendita di questi libri non è bandita e questa gente, invece che essere accusata di istigazione al reato e di apologia della pedofilia, può continuare ad insegnare?
Ripeto, finché gli Stati non parleranno di crimine contro l’umanità tutto questo avanzerà. In Europa siamo a 18 milioni di minori abusati sessualmente, a dirlo è “telefono azzurro”. Sveglia, i pedofili non sono più la nicchia di qualche perverso. Aprite gli occhi! Tanta gente non crede alle mie denunce, anche politici e giornalisti che poi vengono qui in sede da noi e quando mostro loro il materiale che ho, c’è chi sviene, chi si indigna, anche perché l’anno scorso abbiamo denunciato l’abuso di 700 neonati.

 

Il noto sociologo americano, Mark Regneurs è pessimista perché dice che ormai la popolarità della “scienza libertina” è esplosa “negli ultimi dieci anni, con l'aiuto di fondazioni come Gill, Ford e Arcus e con complicità indiretta all’Istituto nazionale della salute americano”. Esattamente come avvenuto con l’omosessualità, sostiene Regneurs, si diffonderà anche nel modo scientifico, la menzogna per cui è tutto normale basta che sia “consenziente”. 
Anche questo è evidente. E sempre non perché lo diciamo noi, ma perché lo dicono i pedofili che ora hanno disponibilità economiche, strategie comunicative, legami con il potere. Sono loro a sperare e dire che la pedofilia sarà normalizzata come l’omosessualità. Ci sono potenti che dicono di voler difendere i bambini ma poi pensano: che c’è di male se possono esprimersi sessualmente come gli adulti?

 

Bisogna poi ricordare le immagini che plasmano il nostro pensiero, ormai sdoganate da tempo. Basti pensare alle copertine di Vogue che quasi dieci anni fa pubblicavano tranquillamente le foto di Thylane Blondeau bambina che già a 8 anni veniva immortalata in pose sexy o a petto nudo. Ci sono state proteste ma nessun arresto.
Dico ancora di più: ci sono multinazionali che producono reggiseni imbottiti per bambine basta vedere su internet immagini tremende di bimbe in pose volgari. Ma, mi chiedo, qual e la funzione del seno? Chi è un bambino? Chi un uomo?

 

A proposito il Family Educational Trust inglese ha pubblicato un report in cui spiega che il problema nasce da una cultura che accetta da anni l’attività sessuale dei minori come “una parte normarle della crescita” e “come relativamente dannosa finché resta consensuale…gli attuali approcci mirati a migliorare la salute sessuale degli adolescenti hanno facilitato permesso l'abuso sessuale di giovani vulnerabili”. C’è un legame fra questo e la pedofilia?
Mi danno del prete bacchettone perché parlo di morale. Ma se il sesso non ha uno scopo, se permane l’idea che va bene tutto, basta che sia libero, non esistono più argomentazioni razionali contro la pedofilia fatta passare come “consenziente”. Da quando lo scopo della sessualità, la generazione all’interno del matrimonio, è stato oscurato, da quando si può fare tutto se si vuole, non ci sono più argini e argomentazioni forti per dire “no”. E infatti si approvano leggi che parlano della sessualizzazione dei bambini nelle scuole come buona, favorendo così lo sdoganamento della pedofilia. Le immagini dei nudi e dei bambini-oggetto poi abituano le teste a pensare: “Che male c’è?”. In questo clima si capisce la follia delle campagne contro le spose bambine: la società è schizofrenica perché non esiste più una verità oggettiva sull’uomo che ponga i limiti al male e alla violenza.

 

Negata la legge naturale, tutto è possibile dunque.
Se elimini la natura, il suo sviluppo, la sua crescita, i suoi tempi puoi parlare del bambino come fosse un adulto con le stesse libertà e gli stessi diritti. Quello chi spera di fare dei bambini ciò che vuole.

 

Conosce le leggi canadesi sui “diritti alla sessualità” dei bambini per cui le famiglie che li indirizzerebbero diversamente dalla loro “scelta” sono denunciabili?
Si parla dei diritti dei bambini per servire un’ideologia che li vuole sessualizzati, deboli, senza identità forti. E qui ritorna la domanda: qual è il bene per i bambini? Ossia, qual è la natura e lo scopo dell’essere umano? A cosa serve la sessualità? Solo in questa prospettiva si può capire che ai bambini non si deve parlare del sesso. 

 

Ma orami si dice che tanto vale spiegarglielo dato che arrivano messaggi sessuali da ovunque.
Solo chi comprende lo scopo del vivere umano ha le ragioni chiare per vietare lo smartphone al figlio che non è in grado di difendersi dal porno dilagante online. Perché sapete cosa succede ad un bambino di 10-16 anni che vede il porno una volta cresciuto? Sapete quando cresce e vede una donna cosa pensa? A cose violente. E’ questa la società che vogliamo lasciare ai nostri figli senza interessarcene?

 

martedì 23 giugno 2020

Da Montanelli ai giorni nostri: ancora sui circuiti pedofili internazionali.

L’OSCURO LEGAME: LA SINISTRA E LA PEDOFILIA

Il Detonatore, 22/6/2020



Secondo la sinistra, la statua di Montanelli dovrebbe essere rimossa poiché negli anni Trenta, in Africa, sposò una ragazzina di dodici – forse quattordici –  anni. La vicenda del monumento al noto giornalista, s’inserisce in una più ampia campagna di demonizzazione del maschio bianco eterosessuale, definito, di volta in volta, violento, stupratore potenziale e ora anche un po’ pedofilo o, almeno, compiacente con la perversione. Ma la sinistra, può accampare una moralità superiore in materia sessuale?

Neanche per sogno. Fin dalle sue origini illuministe, ha avuto coi bambini e la sessualità un rapporto ambiguo. Il filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau, che scriveva intorno all’educazione dei fanciulli, non solo ne abbandonò tre in uno squallido orfanotrofio, ma scrisse compiaciuto di avere comprato a Venezia una bambina di dieci anni, che seppe «liberarlo» dalla depressione.

Solo durante il Sessantotto, nel contesto della cosiddetta «liberazione sessuale», le posizioni in favore della pedofilia vennero alla luce in tutto il loro orrore mascherato da «progresso». Il marxista e teorico della rivoluzione dei costumi, Gerd Koenen, sostenne giochi e attività sessuali negli asili; in compagnia del più celebre Daniel Cohn-Bendit, parlamentare europeo e autore di un testo pro-pedofilia intitolato Gran Bazar.

Negli anni Settanta, dopo che tre uomini erano stati arrestati per avere avuto rapporti sessuali con ragazzi non ancora quindicenni, il quotidiano “Libèration” pubblicò il Manifesto in difesa della pedofilia, firmato da tutta l’intellighenzia della sinistra europea (Louis Aragon, Roland Barthes, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, André Glucksman, Felix Guattari, Jack Lang, Bernard Kouchner -fondatore di Medici Senza Frontiere- Jean-Paul Sartre, Philippe Sollers, Louis Althusser, Gilles Deleuze).

In tutto il continente nacquero riviste marxiste, come “Rosa Flieder” o “Pflasterstrand”, che arrivarono a giustificare la pedofilia, chiedendo la depenalizzazione se non addirittura la legalizzazione del sesso con i bambini, il tutto in nome della «liberazione dalle pastoie borghesi» e per il «bene del bambino».

Anche il noto scrittore ed editore di sinistra Hans Magnus Enzensberger, autore dei Colloqui con Marx ed Engels,  scrisse articoli a favore delle attività sessuali coi bambini. Uno di questi si intitolava Educare i bambini nella comune e faceva riferimento alla comune socialista di Giesebrecht Strasse di Berlino.

Tra i propagandatori di queste teorie aberranti e «progressiste» ci furono anche istituti educativi ispirati alle teorie antiautoritarie della nuova sinistra, come il Rote Freiheit. Questo si dava come scopo la «produzione» di personalità socialiste. Tra gli altri vi furono il centro Libertà Rossa sostenuto dal Psychology Institute alla Free University di Berlino e la Humanistische Union.

Viene poi Michel Foucault, il santo laico delle accademie, che in un’intervista, apparsa su “Change”, nel 1977, parla del bambino come «seduttore dell’adulto». Dichiara: «Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti».

Alfred Kinsey, il «padre della rivoluzione sessuale», era un uomo con tendenze pedofile, mentalmente disturbato – si circoncise da solo con una lametta. Usò i suoi celebri Rapporti sulla sessualità umana per giustificare «scientificamente» la pedofilia.

In Italia, le cose non sono andate meglio. Dacia Maraini dichiarò la naturalità dell’incesto. Mario Mieli, il coprofago iniziatore del movimento omosessuale in Italia, considerava «opera redentiva» il sesso tra un adulto e un impubere. Dieci anni fa, la senatrice Pd Donatella Poretti, esponente dell’Associazione Luca Coscioni e vicina al mondo omosessuale, chiese l’abrogazione degli articoli 564 e 565 del Codice penale sui reati contro la morale della famiglia. L’articolo 564 del Codice penale è quello che prevede la reclusione da uno a cinque anni per chiunque commetta incesto con un discendente o un ascendente, o con un fratello o con una sorella. Il radicale Marco Cappato, deputato europeo, ha difeso al TG2 il diritto dei pedofili olandesi ad avere il loro partito, esprimendo il desiderio che la pedofilia venisse regolata da leggi: «così non ci sarebbe violenza ma soltanto amore».

Il 27 ottobre 1998, i Radicali Italiani organizzarono un convegno dal titolo Pedofilia e Internet, vecchie ossessioni e nuove critiche, promosso da Marco Pannella. Tra le ragioni del convegno si legge: «siamo certi che gli adolescenti a cui molti paesi del mondo attribuiamo la capacità di rispondere in giudizio delle proprie azioni non abbiano invece pari consapevolezza e responsabilità nell’ambito sessuale? In ogni caso in uno Stato di diritto, essere pedofili, proclamarsi tali, o anche sostenerne la legittimità non può essere considerato reato».

La sinistra, per decenni, ha sostenuto la pedofilia in nome dell’«Amore» e del «Bene», presentando una pratica mostruosa come «liberazione».

                               Davide Cavaliere


Link originale: http://www.ildetonatore.it/2020/06/22/loscuro-legame-la-sinistra-e-la-pedofilia/?fbclid=IwAR0PQAM7X-PsS986HI4x98Ib6Pfu_7cMqoWNRSePWZOyF1wt-Hsd3LIiAAQ

domenica 14 giugno 2020

The coronation: l'eterno stato di emergenza.

L’incoronazione

Charles Eisenstein, April 2020





Per anni, abbiamo stirato la normalità  quasi fino ad arrivare allo strappo, , una corda sempre più tesa, che aspetta  la beccata del cigno nero[1] per spezzarla in due. Ora che la fune si è spezzata, rileghiamo di nuovo le estremità, o sciogliamo le sue frange penzolanti per vedere che cosa potremmo tessere con esse?

Il Covid-19 ci  mostra che quando l'umanità è unita in una causa comune,  un cambiamento straordinariamente rapido diventa possibile. Nessuno dei problemi del mondo è tecnicamente difficile da risolvere; essi hanno origine in un disaccordo umano. Quando c’è coerenza, i poteri creativi dell'umanità sono illimitati. Qualche mese fa, la proposta di bloccare i viaggi aerei commerciali sarebbe sembrata assurdo. Lo stesso vale per i cambiamenti radicali che stiamo facendo nel nostro comportamento sociale, nell'economia e nel ruolo che il governo ha nella nostra vita. Il Covid dimostra il potere della nostra volontà collettiva quando siamo d'accordo su ciò che è importante. Cos'altro potremmo ottenere agendo in coerenza? Cosa vogliamo raggiungere e quale mondo creeremo? Questa è sempre la domanda che segue quando qualcuno si risveglia al proprio potere.

Il Covid-19 è come un intervento di riabilitazione che rompe la dipendenza dalla normalità. Interrompere  una dipendenza significa renderla visibile; significa trasformarla da una compulsione ad una scelta. Quando la crisi si placherà, forse avremo l’occasione di chiederci se vogliamo tornare alla normalità, o se forse abbiamo colto  qualcosa durante questa pausa  dalla routine, che vogliamo portare nel futuro. Potremmo chiederci, dopo tanti posti di lavoro persi , se tutti quei mestieri sono veramente necessari, e se il nostro lavoro e la nostra creatività potrebbero essere meglio applicati altrove. Potremmo chiederci, dopo averne fatto a meno per un po', se abbiamo davvero bisogno di  tanti viaggi aerei, di vacanze a Disneyworld o di mostre-mercato. Quali parti dell'economia vorremmo ripristinare e quali lasciar perdere? Ed ancor più seriamente,quali delle cose che ci vengono  sottratte in questo momento (libertà civili, libertà di aggregazione, sovranità sui nostri corpi, raduni di persona, abbracci, strette di mano e vita pubblica) dovremo riconquistare esercitando la nostra volontà, personale e politica ?

Per gran parte della mia vita ho avuto la sensazione che l'umanità si stesse avvicinando a un bivio. La crisi, il crollo, la rottura erano sempre imminenti, proprio dietro l'angolo, ma non arrivavano mai. Come quando si percorre una strada, e più avanti lo si vede, si vede il bivio. È appena sopra la collina, dietro la curva, oltre i boschi. Arrivati in cima della collina si realizza d’essersi sbagliati, era un miraggio, era più lontano di quanto si pensasse. Si continua a camminare. A volte lo si vede, a volte scompare dalla vista e sembra che la strada continui per sempre. Forse non c'è un bivio. No, eccolo di nuovo! Sembra sempre quasi qui. Non è mai qui.

Ora, all'improvviso, facciamo una curva ed eccolo di fronte a noi. Ci fermiamo, stentiamo a credere che stia succedendo ora, dopo anni in cui siamo stati obbligati a stare sulla strada dei nostri predecessori, stentiamo a credere di avere finalmente una scelta. Abbiamo ragione a fermarci, sbalorditi dalla novità della nostra situazione. Ci sono centinaia di percorsi che si irradiano davanti a noi. Alcuni conducono nella stessa direzione in cui siamo già stati diretti. Alcuni portano all'inferno sulla terra. E alcuni portano ad un mondo più sano e più bello di quanto abbiamo mai osato credere fosse possibile.

Scrivo queste parole con l'obiettivo di stare qui insieme a voi - frastornato, forse spaventato, ma anche con un senso di nuova possibilità - in questo punto in cui i sentieri divergono. Osserviamo alcuni di essi e vediamo dove conducono.

* * *

La scorsa settimana ho sentito la seguente storia da un'amica. Si trovava in un alimentari e ha visto una donna singhiozzare nel corridoio. Trasgredendo le regole di distanziamento sociale, è andata dalla donna e l'ha abbracciata. “Grazie”, ha detto la donna, “è la prima volta che qualcuno mi abbraccia negli ultimi dieci giorni”.

Stare senza abbracci per alcune settimane sembra un piccolo prezzo da pagare se tale rinuncio  aiuta ad arginare un'epidemia che potrebbe costare milioni di vite. Vi è una motivazione importante per il distanziamento sociale nel breve termine: la prevenzione di  un'improvvisa ondata di casi di Covid che travolga il sistema medico. Vorrei porre tale motivazione in un contesto più ampio, soprattutto se guardiamo in una prospettiva a lungo termine. Per evitare di istituzionalizzare la distanza e di ricostruire la società attorno ad essa, cerchiamo di essere consapevoli di quale scelta stiamo facendo e perché.

Lo stesso vale per gli altri cambiamenti che accadono intorno all'epidemia di coronavirus. Alcuni commentatori hanno osservato come si inseriscano perfettamente in un programma di controllo totalitario. Un pubblico spaventato accetta riduzioni delle libertà civili che altrimenti sarebbero difficili da giustificare, come il monitoraggio costante dei movimenti di ognuno, le cure mediche forzate, la quarantena involontaria, le restrizioni ai viaggi e alla libertà di aggregazione, la censura di ciò che le autorità considerano disinformazione, la sospensione dell'habeas corpus e l'utilizzo di sorveglianza militare per i civili. Molti di questi provvedimenti erano in corso prima del Covid-19; fin dal suo avvento, sono stati irrefrenabili. Lo stesso vale per l'automazione del commercio, il passaggio dalla partecipazione a sport e intrattenimento alla visione su schermo, la migrazione della vita dagli spazi pubblici a quelli privati, il passaggio dalle scuole locali all'istruzione online, il declino dei negozi fisici, ed il trasferimento del lavoro umano e del tempo libero sugli schermi. Il Covid-19 sta accelerando tendenze politiche, economiche e sociali preesistenti.

A breve termine, tutto quanto menzionato sopra è giustificato dal fatto di appiattire la curva (la curva di crescita epidemiologica); tuttavia stiamo anche sentendo parlare molto di una “nuova normalità”; vale a dire, le modifiche potrebbero non essere affatto temporanee. Poiché la minaccia di una malattia infettiva, come la minaccia del terrorismo, non scompare mai, le misure di controllo possono facilmente diventare permanenti. Se stessimo andando comunque in questa direzione, significherebbe che l'attuale giustificazione deve far parte di un impulso più profondo. Analizzerò questo impulso in due parti: il riflesso del controllo e la guerra alla morte. Una volta compresi questi aspetti dell’impulso, emerge un'opportunità iniziatica, che stiamo già vedendo sotto forma della solidarietà, della compassione e della cura che il Covid-19 ha ispirato.

Il riflesso del controllo

Al momento in cui scrivo, le statistiche ufficiali dicono che circa 25 mila persone sono morte per il Covid-19. Quando avrà fatto il suo corso il bilancio delle vittime potrebbe essere dieci o cento volte più grande, o persino mille volte, se le ipotesi più allarmistiche si avverassero. Ognuna di queste persone ha dei cari, ha famiglia e degli amici. La compassione e la coscienza ci chiamano a fare il possibile per evitare inutili tragedie. Questo mi tocca da vicino: la mia carissima ma fragile madre è tra i più vulnerabili a una malattia che uccide soprattutto gli anziani e gli infermi.

Quali saranno i numeri finali? È impossibile rispondere a questa domanda nel momento in cui scrivo. I primi rapporti erano allarmanti; per settimane il numero ufficiale di Wuhan, diffuso ininterrottamente dai media, è stato uno scioccante 3,4%. Ciò, unito alla sua natura altamente contagiosa, indicava decine di milioni di morti in tutto il mondo, o addirittura fino a 100 milioni. Più recentemente le stime sono precipitate, in quanto è diventato evidente che la maggior parte dei casi sono lievi o asintomatici. Siccome i test sono stati deviati verso i malati gravi, il tasso di mortalità è apparso artificialmente alto. In Corea del Sud, dove sono state testate centinaia di migliaia di persone con sintomi lievi, il tasso di mortalità riportato è di circa l’1%. In Germania, i cui test si estendono anche a persone con sintomi medi, la fatalità è circa 0,4%. Un articolo recente nella rivista “Science” sostiene che l’86% degli casi delle infezioni non è stato documentato, il che indica un tasso di mortalità molto inferiore rispetto a quello attuale nel mondo.

La storia della nave da crociera Diamond Princess rafforza questo punto di vista. Delle 3711 persone a bordo, circa il 20% è risultato positivo al virus; meno della metà aveva sintomi, e otto sono morti. Una nave da crociera è un ambiente perfetto per il contagio, e c’era tempo sufficiente perché il virus si diffondesse a bordo prima che qualcuno potesse fare qualcosa, eppure soltanto un quinto era infetto. Inoltre, la popolazione era altamente tendente verso l’età anziana (come la maggior parte delle navi da crociera): quasi un terzo dei passeggeri aveva più di 70 anni, e più della metà aveva più di 60. Un gruppo di ricerca, considerando il gran numero di casi asintomatici, ha concluso che il vero tasso di mortalità in Cina si aggira attorno allo 0,5%, che è ancora cinque volte superiore all’influenza. Basandomi su quanto sopra (e calcolando una demografia molto più giovane in Africa e in Asia del Sud e Sud-est) la mia stima è attorno a 200-300mila morti negli Stati Uniti (di più se il sistema sanitario è sopraffatto, di meno se le infezioni sono dilatate nel tempo) e 3 milioni globalmente. Sono cifre serie. Il mondo non viveva qualcosa di simile dalla pandemia dell'influenza di Hong Kong nel 1968/9.

Le mie ipotesi potrebbero facilmente differire dal reale di un ordine di grandezza. Ogni giorno i media riportano il numero totale dei casi di Covid-19, ma nessuno ha idea di quale sia il numero reale, perché soltanto una minima parte della popolazione è stata testata. Se decine di milioni avessero il virus, in modo asintomatico, non lo sapremmo. A complicare ulteriormente la questione è il numero elevato di falsi positivi per i test fatti, forse fino all’80%. (Vedi qui per incertezze ancora più allarmanti sull’accuratezza dei test). Ripeto: nessuno sa cosa sta succedendo veramente, io compreso. Rendiamoci consapevoli di due tendenze contraddittorie nelle vicende umane. La prima è la tendenza dell’isteria a nutrirsi di se stessa, a escludere dati che non fanno il gioco della paura, e a creare un mondo a sua immagine. La seconda è la negazione, il rifiuto irrazionale delle informazioni che potrebbe interrompere la normalità e il comfort. La nota domanda di Daniel Schmactenberger è: “Come fai a sapere che quello che credi è vero?”.