"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

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martedì 8 dicembre 2020

Dal Cashless alla mass-surveillance, il (primo) passo è breve

Piano cashless, prove tecniche per il Grande Fratello? 

ItaliaOggi, 07/12/2020




Un fisco insolitamente generoso, che promette di restituire ai contribuenti con la lotteria degli scontrini e con il cashback. L’Agenzia delle entrate ha prontamente fugato il sospetto che questa strana inversione dei ruoli sia finalizzata al maggior controllo sui movimenti dei cittadini. Ma anche l’accesso all’anagrafe tributaria originariamente era riservato a pochi selezionati funzionari.

di Marino Longoni

Un fisco insolitamente generoso, che promette di restituire ai contribuenti fino al 10% delle spese effettuate con mezzi di pagamento tracciabili. E per chi preferisce il brivido del gioco d'azzardo c'è anche la lotteria degli scontrini che lascia sognare ricchi premi ai contribuenti dotati di carta di credito e disponibili ad abbandonare l'atavica predilezione per il denaro frusciante.
Una energica azione di marketing, non c'è che dire. Volta a fare un deciso passo in avanti verso la digitalizzazione delle transazioni. Quindi verso la lotta all'evasione, che nel controllo delle transazioni economiche spera di trovare un asset decisivo.

Naturalmente, l'Agenzia delle entrate ha prontamente fugato il sospetto che questa strana inversione dei ruoli, il fisco che regala soldi invece di pretenderli, sia finalizzata al perseguimento di un sempre maggior controllo sui movimenti dei cittadini. I regolamenti attuativi e le faq presenti sul sito dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli precisano che i dati degli acquisti effettuati dai contribuenti per partecipare alla lotteria non avranno alcun altro tipo di utilizzo.
Idem il cashback: il decreto attuativo spiega che i dati saranno usati solo per la realizzazione delle operazioni di rimborso.

Ma c'è chi ricorda che anche l'accesso all'anagrafe tributaria, la più grande e delicata banca dati esistente in Italia, originariamente era riservato a pochi selezionati funzionari dell'Agenzia delle entrate, poi è stato esteso gradualmente fino al punto che ormai ora ci entra praticamente chiunque abbia un minimo di interesse riconosciuto, parliamo di centinaia di migliaia di soggetti. Finirà così anche in questo caso.
Piano piano le esigenze della lotta all'evasione, al riciclaggio, al terrorismo, del controllo sociale, trasformeranno un premio in un'assenza di alternative e poi in un obbligo. E i dati saranno usati per tutti gli scopi ritenuti utili.

Anche perché, se si fosse voluto semplicemente incentivare i pagamenti elettronici, sarebbe bastato obbligare il negoziante a fare uno sconto a chi pagava col bancomat, rimborsato dal fisco.
Sarebbe costato meno e avrebbe evitato tutte le complicazioni legate all'operazione cashback.
Ma non avrebbe consentito di mettere in piedi quel sistema complesso che domani potrà essere usato per un maggior controllo sociale. 

mercoledì 30 ottobre 2019

WhatsApp come strumento di sorveglianza di massa

Spyware e sorveglianza di massa: WhatsApp denuncia l’israeliana NSO Group

30 Ottobre 2019, di Fabio Fabbri, fonte Key4Biz



L’accusa è che la società israeliana abbia sfruttato una vulnerabilità in WhatsApp per spiare 1.400 smartphone, con il doppio scopo di infettare altri device appartenenti ad attivisti dei diritti umani, ma anche avvocati e politici, per raccogliere dati personali e sensibili.

Lo scorso maggio la notizia di WhatsApp “bucato” ha fatto il giro del mondo. Sfruttando un punto debole nella funzione di chiamata vocale, uno spyware denominato “Pegasus” ha sostanzialmente sorvegliato di nascosto un gran numero di utenti appartenenti a categorie di elevato profilo civile e politico. Le vittime della “spiata di massa” sono state soprattutto personalità impegnate nella difesa dei diritti civili, giornalisti, avvocati, attivisti, investigatori internazionali, movimenti e gruppi di opposizione politica, manager, imprenditori, organizzazioni della società civile e altre figure chiave attive nel settore.

Ora, si legge sul profilo LinkedIn di Nicola Vanin, esperto di Data Governance and Information security, WhatsApp ha annunciato che porterà in aula di tribunale la NSO Group, una società israeliana leader mondiale nella creazione di malware destinati a telefoni cellulari e dispositivi.
Secondo i ricercatori WhatsApp, infatti, dietro agli attacchi subiti nei mesi scorsi spunta proprio la NSO Group con i suoi server.
L’accusa è che la NSO ha volontariamente sfruttato una vulnerabilità per colpire circa 1.400 smartphone con un malware progettato per infettare allo scopo di condurre la sorveglianza su utenti specifici di WhatsApp. L’hacking, in sostanza, ha consentito a NSO Group e ai suoi clienti di spiare messaggi, email e telefonate, nonché le telecamere e microfoni dei dispositivi in questione.
La NSO, ha dichiarato sul Washington Post il vice presidente e product manager del Gruppo Facebook, Will Cathcart, “ha preso di mira almeno un centinaio di difensori dei diritti umani, giornalisti e altri membri della società civile in tutto il mondo“.
La società israeliana ha quindi avuto accesso ai server WhatsApp e li ha utilizzati al fine di emulare il traffico di rete legittimo e le chiamate di WhatsApp come parte delle operazioni per infettare i dispositivi di destinazione. Un lavoro considerato dagli esperti “di alto livello”, perché il codice dannoso era embeddato all’interno delle chiamate stesse.

La NSO si è sempre difesa affermando che il software incriminato (“Pegasus”) è stato venduto ad agenzie governative e forze dell’ordine di vari Paesi, che sono responsabili direttamente dell’uso che ne fanno. Sostenendo anzi di contribuire ampiamente alla lotta al terrorismo e altri reati odiosi, come la pedofilia in rete, proprio grazie a questa tecnologia.
Il dubbio è che tale presunta missione pro bono nasconda invece torbidi interessi, legati allo spionaggio internazionale, alla sorveglianza di singoli soggetti e/o organizzazioni, attive come detto nell’ambito della tutela dei diritti umani, e alla raccolta di informazioni sensibili senza alcuna autorizzazione, anche a scopo di ritorsione e minaccia.
Una storia, tra molte altre, di spionaggio ai danni di liberi cittadini, permessa da tecnologie di utilizzo quotidiano, i nostri device personali. Un argomento delicato, che andrebbe approfondito, soprattutto da un punto di vista giuridico, regolatorio e certamente culturale.
Un campanello d’allarme che suona da troppo tempo, sia per i Governi, sia per le stesse aziende tecnologiche, perché il solo fatto che esistano e vengano venduti regolarmente strumenti per la sorveglianza del prossimo è un fatto grave, una minaccia concreta alle libertà fondamentali di tutti noi.