"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

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lunedì 30 novembre 2020

Intervista di Marianna Visconti (@LegoetCogito.Blog) a Pietro Bargagli Stoffi

Le interviste di Lego et Cogito: Pietro Bargagli Stoffi

Di Marianna Visconti, 26 novembre 2020


Cari #lettori e Care #lettrici, benvenut* alla rubrica del blog che dà voce agli autori e alle autrici: Le interviste di Lego et Cogito. Nell'articolo di oggi vi riporto il dialogo con Pietro Bargagli Stoffi, autore emergente che ha debuttato con Uropia.

👉 Ecco un estratto: Chi è il lettore o la lettrice ideale di “Uropia”? Il mio romanzo è certamente un thriller: tutti gli amanti della suspense e dell’azione si troveranno a loro agio. Ma nei rapporti tra i personaggi in maniera naturale si sviluppano inevitabilmente parti di vera e propria spy-story, di giallo poliziesco, di psico-thriller, che soddisferanno e sorprenderanno anche gli appassionati di questi generi. Non dimentichiamo poi che è una distopia ambientata nel futuro prossimo: i lettori seriali di distopie troveranno quel che cercano.

MA per saperne di più e capire se è il libro che fa al caso vostro vi rinvio al blog: link https://legoetcogito17.blogspot.com/2020/11/Intervista-a-Pietro-Bargagli-Stoffi.html ❤️

lunedì 16 novembre 2020

Antonello Zedda introduce "Uropia il protocollo Maynards" su Libertà di Pensiero- MDN

Ripropongo la bella chiacchierata di venerdì sera con Antonello Zedda su Libertà di pensiero - MDN a proposito di "Uropia".

Tanti retroscena, curiosità, attualità, documenti, e le interessantissime domande del pubblico che hanno animato questa piacevole e a tratti divertente presentazione.

Qui e sotto il link per gustarsi il video, buon ascolto!






lunedì 3 agosto 2020

I rapporti tra Turchia e Nato: dal romanzo alla realtà?

Cacciare la Turchia dalla NATO?

Da Analisi Difesa, 15 luglio 2020 di Giuseppe Cucchi



 

Cacciare la Turchia dalla NATO è indubbiamente una tentazione che si fa di giorno in giorno più incalzante, alimentata dal modo in cui il Paese anatolico, e soprattutto il suo “uomo forte” procedono sulla scena della politica internazionale, del tutto indifferenti al danno o al fastidio che alcuni dei loro atti possono provocare a quelli che – almeno in teoria – sono ancora formalmente loro alleati a tutti gli effetti.

Sono ormai parecchi anni che le cose procedono in questo modo e che l’Alleanza è sottoposta da Ankara a continue provocazioni e ricatti. Per non parlare poi di quelli che, pur senza interessare direttamente il Patto Atlantico, feriscono tuttavia o il suo pilastro europeo o quello di oltre Oceano.


Così gli Stati Uniti si sono visti negare in più occasioni l’uso di basi che pure in alcuni momenti sarebbero risultate preziose. Un rifiuto, tra l’altro, che in alcuni casi si è anche chiaramente configurato come un sostegno indiretto fornito da Erdogan a regimi o movimenti islamici estremisti.

Così l’Unione Europea è stata e rimane costantemente sottoposta al ricatto dei profughi-migranti che ha avuto il torto di accettare la prima volta invece di sigillare ermeticamente le proprie frontiere e mandare al diavolo chi proponeva il baratto. Ed in materia di ricatti si sa che chi cede una volta…..

Così l’intero Occidente ha dovuto accettare prima che Ankara si crogiolasse con l’ISIS in una apparente neutralità che in molte occasioni sconfinava in aperta complicità, poi che essa attaccasse, oltretutto servendosi per buona parte di milizie irregolari legate all’estremismo islamico, quei curdi che erano stati i nostri migliori alleati nel crogiolo medio orientale.

Così una serie di decisioni unilaterali di Ankara ha portato il disordine nelle acque mediterranee, cambiato le carte sul tavolo in Libia, ridato fiato ad una “Fratellanza Musulmana” che si sperava ridotta agli estremi e, ultimamente, restituito alla condizione di moschea la chiesa di Santa Sofia ad Istanbul, nonostante ciò potesse suonare come uno schiaffo deliberatamente inflitto all’intero ecumene cattolico ed ortodosso.

Quanto all’Alleanza Atlantica poi, essa è stata direttamente ferita dalla decisione di Erdogan di acquistare armamenti controaerei e reattori nucleari in Russia, una decisione su cui il Presidente turco non ha più acconsentito a ritornare nonostante gli sia costata il blocco della prevista fornitura statunitense di aerei F-35.

Ce ne è abbastanza per iniziare a considerare la Turchia non più come un fedele alleato, come essa era vista ai tempi di quel controllo militare sul paese di fronte a cui le nostre democrazie storcevano il naso incapaci di rendersi conto della sua funzione di estrema garanzia, bensì come un pericolo immanente, un costante elemento di destabilizzazione per tutta quella area mediterranea che per la NATO è di estremo interesse?

Certamente sì, e sarebbe a questo punto anche il caso di chiederci che cosa ci stia a fare un membro di questo genere in seno ad una Alleanza che dovrebbe essere il faro della sicurezza, della stabilità e della democrazia in tutta l’area Nord Atlantica.

Oltretutto lo status di membro della Turchia potrebbe permetterle , in un domani che si spera resti ipotetico, di paralizzare qualsiasi eventuale azione dell’Alleanza che risulti  non di suo gradimento .
Non sembra comunque che l’urgenza del problema di che cosa fare di questo alleato a dir poco scomodo sia sentita come tale dai vertici della NATO che sino ad oggi, probabilmente procedendo su una linea condivisa con il “Grande Fratello” americano, si sono rifiutati di iniziare qualsiasi discussione anche informale al riguardo.

A chi poneva dall’esterno la domanda sono state cosi opposte costantemente le medesime due obiezioni. La prima, di carattere formale, consiste nel fatto che il Trattato del Nord Atlantico, pur prevedendo esplicitamente il caso e la procedura per il ritiro volontario di un membro dall’Alleanza, non si esprime invece sull’eventualità che esso venga invitato, o costretto, ad andarsene dalla volontà congiunta di tutti gli altri associati.

Quello che non viene mai indicato è però come un altro articolo sancisca come basterebbe la richiesta di un solo partner per aprire la via ad una eventuale revisione che consenta di rimediare alla mancanza.
La seconda obiezione, di carattere storico/pratico questa volta, è centrata poi sul modo in cui, anche nei momenti più delicati della sua e della loro storia, la NATO non abbia mai considerato provvedimenti tanto drastici nei riguardi dei propri membri.

Al massimo essa si è limitata ad applicare nei loro confronti quella specie di “periodo di quarantena” non dichiarato che nella pratica, anche se non formalmente, li escludeva dalle maggiori decisioni.
Si trattò di un provvedimento che venne a suo tempo utilizzato verso la “Grecia dei Colonnelli”, verso il “Portogallo della rivoluzione dei garofani ” ed anche nei riguardi dell’Italia, per lo meno nel 1976 allorché sembrava che il PCI di Berlinguer potesse diventare maggioritario nel nostro paese.

Anche qui vi è comunque qualcosa che non viene detto esplicitamente. La quarantena dei reprobi di turno fu resa infatti possibile da una silente approvazione del provvedimento da parte degli interessati che trovarono più conveniente tacere e continuare a rimanere membri piuttosto che finire col rischiare di mettere in discussione la loro appartenenza alla Alleanza, con tutto ciò che da tale condizione derivava.

 

Non sembra che in questo momento tale sia il caso né della Turchia né del Presidente Erdogan che ne è l’espressione pubblica di vertice.  Basta far mente locale alla feroce arroganza con cui egli ha definito “intromissione negli affari interni turchi ” le civili proteste di buona parte del mondo nei riguardi della trasformazione in moschea di Santa Sofia per rendersi infatti conto di come Ankara reagirebbe nel vedersi silenziosamente esclusa dai giochi maggiori della Alleanza.

Cosa fare allora? E per quanto continuare a sopportare un rosario di eventi e di forzature collegate l’una all’altra che ricorda molto tanto nel modo, quanto negli effetti, quanto infine nell’impatto sulla opinione pubblica occidentale quello che fu il comportamento delle grandi dittature europee negli anni Trenta del secolo scorso?

Certo, perdere la Turchia significherebbe lasciare quasi sguarnito il fianco sud-est della nostra Alleanza e ciò potrebbe rivelarsi poco prudente, almeno sino a quando rimarranno aperti con la Russia i vari contenziosi in atto.

 

Link originale: https://www.analisidifesa.it/2020/07/cacciare-la-turchia-dalla-nato/

sabato 18 luglio 2020

La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia



"È mio desiderio e mio dovere parlare a tutti voi apertamente di ciò che sta accadendo alla radio e alla televisione, e se quello che dico è irresponsabile, allora io solo sono da ritenere responsabile. La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia.

E se fra cinquanta, o cento anni degli storici vedranno le registrazioni settimanali di tutti e tre i nostri network, si ritroveranno di fronte a immagini in bianco e nero o a colori, prova della decadenza, della vacuità e dell'isolamento dalla realtà del mondo in cui viviamo.

Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti.

C'è un'allergia insita in noi alle notizie spiacevoli o disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza.

Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l'abbondanza e non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci, isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando ormai sarà troppo tardi per rimediare.


Ho iniziato dicendo che la storia la facciamo noi.

Se continueremo così, la storia prima o poi si vendicherà e il castigo non impiegherà molto ad arrivare.

Una volta tanto elogiamo l'importanza delle idee e dell'informazione.

Sogniamo anche che una qualche domenica sera lo spazio occupato normalmente da Ed Sullivan sia occupato da un attento sondaggio sullo stato dell'istruzione in America.

E che una o due settimane dopo lo spazio occupato normalmente da Steve Allen sia dedicato a uno studio approfondito della politica americana in Medio Oriente.

Forse l'immagine dei rispettivi sponsor ne risulterebbe danneggiata? Forse i loro azionisti si lamenterebbero e infurierebbero?

Che cosa potrebbe succedere oltre al fatto che qualche milione di persone sarebbe più informato su argomenti che possono determinare il futuro di questo paese e di conseguenza anche il futuro di queste aziende.

A coloro che dicono: la gente non starebbe a guardare, non sarebbe interessata, è troppo compiaciuta, indifferente e isolata, io posso solo rispondere: ci sono, secondo la mia opinione, delle prove inconfutabili contro questa tesi.

Ma anche se avessero ragione, che cosa avrebbero da perdere?

Perché se avessero ragione e questo strumento non servisse a nulla se non a intrattenere, divertire e isolare, i suoi effetti positivi si starebbero dissolvendo e presto la nostra battaglia sarebbe perduta.

Questo strumento può insegnare, può illuminare, sì, può anche essere fonte di ispirazione, ma può farlo solo ed esclusivamente se l'essere umano deciderà di utilizzarlo per questi scopi. Altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici e valvole in una scatola. Buona notte e buona fortuna."


Edward R. Murrow (David Strathairn) dal film „Good night, and good luck“

 

domenica 14 giugno 2020

The coronation: l'eterno stato di emergenza.

L’incoronazione

Charles Eisenstein, April 2020





Per anni, abbiamo stirato la normalità  quasi fino ad arrivare allo strappo, , una corda sempre più tesa, che aspetta  la beccata del cigno nero[1] per spezzarla in due. Ora che la fune si è spezzata, rileghiamo di nuovo le estremità, o sciogliamo le sue frange penzolanti per vedere che cosa potremmo tessere con esse?

Il Covid-19 ci  mostra che quando l'umanità è unita in una causa comune,  un cambiamento straordinariamente rapido diventa possibile. Nessuno dei problemi del mondo è tecnicamente difficile da risolvere; essi hanno origine in un disaccordo umano. Quando c’è coerenza, i poteri creativi dell'umanità sono illimitati. Qualche mese fa, la proposta di bloccare i viaggi aerei commerciali sarebbe sembrata assurdo. Lo stesso vale per i cambiamenti radicali che stiamo facendo nel nostro comportamento sociale, nell'economia e nel ruolo che il governo ha nella nostra vita. Il Covid dimostra il potere della nostra volontà collettiva quando siamo d'accordo su ciò che è importante. Cos'altro potremmo ottenere agendo in coerenza? Cosa vogliamo raggiungere e quale mondo creeremo? Questa è sempre la domanda che segue quando qualcuno si risveglia al proprio potere.

Il Covid-19 è come un intervento di riabilitazione che rompe la dipendenza dalla normalità. Interrompere  una dipendenza significa renderla visibile; significa trasformarla da una compulsione ad una scelta. Quando la crisi si placherà, forse avremo l’occasione di chiederci se vogliamo tornare alla normalità, o se forse abbiamo colto  qualcosa durante questa pausa  dalla routine, che vogliamo portare nel futuro. Potremmo chiederci, dopo tanti posti di lavoro persi , se tutti quei mestieri sono veramente necessari, e se il nostro lavoro e la nostra creatività potrebbero essere meglio applicati altrove. Potremmo chiederci, dopo averne fatto a meno per un po', se abbiamo davvero bisogno di  tanti viaggi aerei, di vacanze a Disneyworld o di mostre-mercato. Quali parti dell'economia vorremmo ripristinare e quali lasciar perdere? Ed ancor più seriamente,quali delle cose che ci vengono  sottratte in questo momento (libertà civili, libertà di aggregazione, sovranità sui nostri corpi, raduni di persona, abbracci, strette di mano e vita pubblica) dovremo riconquistare esercitando la nostra volontà, personale e politica ?

Per gran parte della mia vita ho avuto la sensazione che l'umanità si stesse avvicinando a un bivio. La crisi, il crollo, la rottura erano sempre imminenti, proprio dietro l'angolo, ma non arrivavano mai. Come quando si percorre una strada, e più avanti lo si vede, si vede il bivio. È appena sopra la collina, dietro la curva, oltre i boschi. Arrivati in cima della collina si realizza d’essersi sbagliati, era un miraggio, era più lontano di quanto si pensasse. Si continua a camminare. A volte lo si vede, a volte scompare dalla vista e sembra che la strada continui per sempre. Forse non c'è un bivio. No, eccolo di nuovo! Sembra sempre quasi qui. Non è mai qui.

Ora, all'improvviso, facciamo una curva ed eccolo di fronte a noi. Ci fermiamo, stentiamo a credere che stia succedendo ora, dopo anni in cui siamo stati obbligati a stare sulla strada dei nostri predecessori, stentiamo a credere di avere finalmente una scelta. Abbiamo ragione a fermarci, sbalorditi dalla novità della nostra situazione. Ci sono centinaia di percorsi che si irradiano davanti a noi. Alcuni conducono nella stessa direzione in cui siamo già stati diretti. Alcuni portano all'inferno sulla terra. E alcuni portano ad un mondo più sano e più bello di quanto abbiamo mai osato credere fosse possibile.

Scrivo queste parole con l'obiettivo di stare qui insieme a voi - frastornato, forse spaventato, ma anche con un senso di nuova possibilità - in questo punto in cui i sentieri divergono. Osserviamo alcuni di essi e vediamo dove conducono.

* * *

La scorsa settimana ho sentito la seguente storia da un'amica. Si trovava in un alimentari e ha visto una donna singhiozzare nel corridoio. Trasgredendo le regole di distanziamento sociale, è andata dalla donna e l'ha abbracciata. “Grazie”, ha detto la donna, “è la prima volta che qualcuno mi abbraccia negli ultimi dieci giorni”.

Stare senza abbracci per alcune settimane sembra un piccolo prezzo da pagare se tale rinuncio  aiuta ad arginare un'epidemia che potrebbe costare milioni di vite. Vi è una motivazione importante per il distanziamento sociale nel breve termine: la prevenzione di  un'improvvisa ondata di casi di Covid che travolga il sistema medico. Vorrei porre tale motivazione in un contesto più ampio, soprattutto se guardiamo in una prospettiva a lungo termine. Per evitare di istituzionalizzare la distanza e di ricostruire la società attorno ad essa, cerchiamo di essere consapevoli di quale scelta stiamo facendo e perché.

Lo stesso vale per gli altri cambiamenti che accadono intorno all'epidemia di coronavirus. Alcuni commentatori hanno osservato come si inseriscano perfettamente in un programma di controllo totalitario. Un pubblico spaventato accetta riduzioni delle libertà civili che altrimenti sarebbero difficili da giustificare, come il monitoraggio costante dei movimenti di ognuno, le cure mediche forzate, la quarantena involontaria, le restrizioni ai viaggi e alla libertà di aggregazione, la censura di ciò che le autorità considerano disinformazione, la sospensione dell'habeas corpus e l'utilizzo di sorveglianza militare per i civili. Molti di questi provvedimenti erano in corso prima del Covid-19; fin dal suo avvento, sono stati irrefrenabili. Lo stesso vale per l'automazione del commercio, il passaggio dalla partecipazione a sport e intrattenimento alla visione su schermo, la migrazione della vita dagli spazi pubblici a quelli privati, il passaggio dalle scuole locali all'istruzione online, il declino dei negozi fisici, ed il trasferimento del lavoro umano e del tempo libero sugli schermi. Il Covid-19 sta accelerando tendenze politiche, economiche e sociali preesistenti.

A breve termine, tutto quanto menzionato sopra è giustificato dal fatto di appiattire la curva (la curva di crescita epidemiologica); tuttavia stiamo anche sentendo parlare molto di una “nuova normalità”; vale a dire, le modifiche potrebbero non essere affatto temporanee. Poiché la minaccia di una malattia infettiva, come la minaccia del terrorismo, non scompare mai, le misure di controllo possono facilmente diventare permanenti. Se stessimo andando comunque in questa direzione, significherebbe che l'attuale giustificazione deve far parte di un impulso più profondo. Analizzerò questo impulso in due parti: il riflesso del controllo e la guerra alla morte. Una volta compresi questi aspetti dell’impulso, emerge un'opportunità iniziatica, che stiamo già vedendo sotto forma della solidarietà, della compassione e della cura che il Covid-19 ha ispirato.

Il riflesso del controllo

Al momento in cui scrivo, le statistiche ufficiali dicono che circa 25 mila persone sono morte per il Covid-19. Quando avrà fatto il suo corso il bilancio delle vittime potrebbe essere dieci o cento volte più grande, o persino mille volte, se le ipotesi più allarmistiche si avverassero. Ognuna di queste persone ha dei cari, ha famiglia e degli amici. La compassione e la coscienza ci chiamano a fare il possibile per evitare inutili tragedie. Questo mi tocca da vicino: la mia carissima ma fragile madre è tra i più vulnerabili a una malattia che uccide soprattutto gli anziani e gli infermi.

Quali saranno i numeri finali? È impossibile rispondere a questa domanda nel momento in cui scrivo. I primi rapporti erano allarmanti; per settimane il numero ufficiale di Wuhan, diffuso ininterrottamente dai media, è stato uno scioccante 3,4%. Ciò, unito alla sua natura altamente contagiosa, indicava decine di milioni di morti in tutto il mondo, o addirittura fino a 100 milioni. Più recentemente le stime sono precipitate, in quanto è diventato evidente che la maggior parte dei casi sono lievi o asintomatici. Siccome i test sono stati deviati verso i malati gravi, il tasso di mortalità è apparso artificialmente alto. In Corea del Sud, dove sono state testate centinaia di migliaia di persone con sintomi lievi, il tasso di mortalità riportato è di circa l’1%. In Germania, i cui test si estendono anche a persone con sintomi medi, la fatalità è circa 0,4%. Un articolo recente nella rivista “Science” sostiene che l’86% degli casi delle infezioni non è stato documentato, il che indica un tasso di mortalità molto inferiore rispetto a quello attuale nel mondo.

La storia della nave da crociera Diamond Princess rafforza questo punto di vista. Delle 3711 persone a bordo, circa il 20% è risultato positivo al virus; meno della metà aveva sintomi, e otto sono morti. Una nave da crociera è un ambiente perfetto per il contagio, e c’era tempo sufficiente perché il virus si diffondesse a bordo prima che qualcuno potesse fare qualcosa, eppure soltanto un quinto era infetto. Inoltre, la popolazione era altamente tendente verso l’età anziana (come la maggior parte delle navi da crociera): quasi un terzo dei passeggeri aveva più di 70 anni, e più della metà aveva più di 60. Un gruppo di ricerca, considerando il gran numero di casi asintomatici, ha concluso che il vero tasso di mortalità in Cina si aggira attorno allo 0,5%, che è ancora cinque volte superiore all’influenza. Basandomi su quanto sopra (e calcolando una demografia molto più giovane in Africa e in Asia del Sud e Sud-est) la mia stima è attorno a 200-300mila morti negli Stati Uniti (di più se il sistema sanitario è sopraffatto, di meno se le infezioni sono dilatate nel tempo) e 3 milioni globalmente. Sono cifre serie. Il mondo non viveva qualcosa di simile dalla pandemia dell'influenza di Hong Kong nel 1968/9.

Le mie ipotesi potrebbero facilmente differire dal reale di un ordine di grandezza. Ogni giorno i media riportano il numero totale dei casi di Covid-19, ma nessuno ha idea di quale sia il numero reale, perché soltanto una minima parte della popolazione è stata testata. Se decine di milioni avessero il virus, in modo asintomatico, non lo sapremmo. A complicare ulteriormente la questione è il numero elevato di falsi positivi per i test fatti, forse fino all’80%. (Vedi qui per incertezze ancora più allarmanti sull’accuratezza dei test). Ripeto: nessuno sa cosa sta succedendo veramente, io compreso. Rendiamoci consapevoli di due tendenze contraddittorie nelle vicende umane. La prima è la tendenza dell’isteria a nutrirsi di se stessa, a escludere dati che non fanno il gioco della paura, e a creare un mondo a sua immagine. La seconda è la negazione, il rifiuto irrazionale delle informazioni che potrebbe interrompere la normalità e il comfort. La nota domanda di Daniel Schmactenberger è: “Come fai a sapere che quello che credi è vero?”.

venerdì 15 maggio 2020

Come l'Intelligenza Artificiale può essere la porta d'accesso alla dittatura globale

Il film documentario di Tonje Hessen Schei racconta di intelligenza artificiale, potere e controllo sociale.
Con un accesso unico al settore dell'IA in piena espansione, mostra come la tecnologia più potente di tutti i tempi stia cambiando la nostra società, il nostro futuro e la nostra immagine di noi stessi.




Molti agenti digitali facilitano la nostra vita quotidiana.  Ci guidano, alimentati da un potere invisibile chiamato intelligenza artificiale.
Il documentario "iHuman" accompagna i pionieri dell'IA di questa rivoluzione silenziosa nello sviluppo e nell'implementazione della nuova tecnologia. Così facendo, non solo cambiano radicalmente il mondo esterno, ma anche il modo in cui le persone vedono se stesse. Chi sviluppa quali codici per il nostro futuro? In che modo l'IA influenza chi siamo noi umani? "iHuman" richiama l'attenzione su un conflitto crescente.
Da un lato, giganti della tecnologia come Google sostengono che l'IA è necessaria per combattere catastrofi globali come il cambiamento climatico, il cancro e la fame. D'altra parte, pionieri come Bill Gates e Elon Musk vedono ora l'intelligenza artificiale come la più grande minaccia per l'umanità. "iHuman" si chiede quali siano le conseguenze della concentrazione del potere nell'industria dell'IA multimiliardaria, che non conosce quasi nessuna regolamentazione e trasparenza da parte del governo.
Alcuni esperti paragonano l'IA alla bomba atomica, poiché nessuno può prevedere le conseguenze di questa nuova tecnologia. Ilya Sutskever è responsabile della ricerca presso OpenAI, una società fondata da Elon Musk per la "buona intelligenza artificiale". Jürgen Schmidhuber è chiamato il "padre dell'intelligenza artificiale" perché ha inventato le reti neurali che hanno rivoluzionato lo sviluppo dell'IA. "iHuman" accompagna i due principali informatici nel loro lavoro su una super intelligenza. Esperti e scienziati come Max Tegmark, Kara Swisher, Michal Kosinski, Stuart Russell, Ben Wizner, Hao Li, Ben Goertzel e Philip Alston entrano nel controverso dibattito sui pericoli e le opportunità dell'IA. Chi deciderà della vita delle persone in futuro?

mercoledì 30 ottobre 2019

WhatsApp come strumento di sorveglianza di massa

Spyware e sorveglianza di massa: WhatsApp denuncia l’israeliana NSO Group

30 Ottobre 2019, di Fabio Fabbri, fonte Key4Biz



L’accusa è che la società israeliana abbia sfruttato una vulnerabilità in WhatsApp per spiare 1.400 smartphone, con il doppio scopo di infettare altri device appartenenti ad attivisti dei diritti umani, ma anche avvocati e politici, per raccogliere dati personali e sensibili.

Lo scorso maggio la notizia di WhatsApp “bucato” ha fatto il giro del mondo. Sfruttando un punto debole nella funzione di chiamata vocale, uno spyware denominato “Pegasus” ha sostanzialmente sorvegliato di nascosto un gran numero di utenti appartenenti a categorie di elevato profilo civile e politico. Le vittime della “spiata di massa” sono state soprattutto personalità impegnate nella difesa dei diritti civili, giornalisti, avvocati, attivisti, investigatori internazionali, movimenti e gruppi di opposizione politica, manager, imprenditori, organizzazioni della società civile e altre figure chiave attive nel settore.

Ora, si legge sul profilo LinkedIn di Nicola Vanin, esperto di Data Governance and Information security, WhatsApp ha annunciato che porterà in aula di tribunale la NSO Group, una società israeliana leader mondiale nella creazione di malware destinati a telefoni cellulari e dispositivi.
Secondo i ricercatori WhatsApp, infatti, dietro agli attacchi subiti nei mesi scorsi spunta proprio la NSO Group con i suoi server.
L’accusa è che la NSO ha volontariamente sfruttato una vulnerabilità per colpire circa 1.400 smartphone con un malware progettato per infettare allo scopo di condurre la sorveglianza su utenti specifici di WhatsApp. L’hacking, in sostanza, ha consentito a NSO Group e ai suoi clienti di spiare messaggi, email e telefonate, nonché le telecamere e microfoni dei dispositivi in questione.
La NSO, ha dichiarato sul Washington Post il vice presidente e product manager del Gruppo Facebook, Will Cathcart, “ha preso di mira almeno un centinaio di difensori dei diritti umani, giornalisti e altri membri della società civile in tutto il mondo“.
La società israeliana ha quindi avuto accesso ai server WhatsApp e li ha utilizzati al fine di emulare il traffico di rete legittimo e le chiamate di WhatsApp come parte delle operazioni per infettare i dispositivi di destinazione. Un lavoro considerato dagli esperti “di alto livello”, perché il codice dannoso era embeddato all’interno delle chiamate stesse.

La NSO si è sempre difesa affermando che il software incriminato (“Pegasus”) è stato venduto ad agenzie governative e forze dell’ordine di vari Paesi, che sono responsabili direttamente dell’uso che ne fanno. Sostenendo anzi di contribuire ampiamente alla lotta al terrorismo e altri reati odiosi, come la pedofilia in rete, proprio grazie a questa tecnologia.
Il dubbio è che tale presunta missione pro bono nasconda invece torbidi interessi, legati allo spionaggio internazionale, alla sorveglianza di singoli soggetti e/o organizzazioni, attive come detto nell’ambito della tutela dei diritti umani, e alla raccolta di informazioni sensibili senza alcuna autorizzazione, anche a scopo di ritorsione e minaccia.
Una storia, tra molte altre, di spionaggio ai danni di liberi cittadini, permessa da tecnologie di utilizzo quotidiano, i nostri device personali. Un argomento delicato, che andrebbe approfondito, soprattutto da un punto di vista giuridico, regolatorio e certamente culturale.
Un campanello d’allarme che suona da troppo tempo, sia per i Governi, sia per le stesse aziende tecnologiche, perché il solo fatto che esistano e vengano venduti regolarmente strumenti per la sorveglianza del prossimo è un fatto grave, una minaccia concreta alle libertà fondamentali di tutti noi.






 


lunedì 11 marzo 2019

Intervista all'autore Pietro Bargagli Stoffi su Tempostretto.it





Una bella chiacchierata a proposito di Sicilia, di Unione Europea, di democrazia, libertà e diritti, di tecnologia, di presente e ...distopia. Tutta l'intervista qui: https://www.tempostretto.it/news/