"In Europa ci sono già i presupposti per l'esplosione di un conflitto sociale. Questo è il seme del malcontento, dell'egoismo e della disperazione che la classe politica e la classe dirigente hanno sparso. Questo è terreno fertile per la xenofobia, la violenza, il terrorismo interno, il successo del populismo e dell'estremismo politico."

lunedì 24 febbraio 2014

Il deficit di democrazia dell'Unione Europea

IL DEFICIT DEMOCRATICO DELL’EUROPA. DUE PUNTI DI VISTA
di Francesca Rosignoli

SOMMARIO:1. Introduzione. – 2. Due punti di vista. – 3. La tesi del Prof. Dieter Grimm. – 3.1. Il deficit democratico e il ruolo del Parlamento europeo. – 3.2. Il processo di autonomizzazione dei poteri esecutivo e giudiziario. – 3.3 Quali prospettive per risolvere il deficit democratico? – 4. La tesi del Prof. Giuseppe Guarino. – 4.1 La crisi della democrazia in Europa e il “colpo di Stato” del 1997. – 4.2 Una replica alla tesi di Guarino. – 5. Conclusione.

1. Introduzione.
I saggi che qui si prendono in considerazione offrono importanti spunti di riflessione non solo per comprendere le ragioni della crisi istituzionale in cui si trova attualmente l’Europa, ma anche per indagare su alcuni possibili rimedi a tale crisi.
Malgrado i due autori abbiano analizzato il problema della crisi istituzionale seguendo diversi punti di vista (strettamente giuridico per Guarino, più “politico” per Grimm), è possibile rintracciare un punto di convergenza di questi contributi che può essere sintetizzato con il problema del deficit democratico dell’Unione Europea e con l’idea, comune a entrambi, che l’Europa abbia agito in questi anni secondo una mera logica di “sottrazione”, limitando la sovranità nazionale degli Stati membri e condizionandone le politiche economiche, senza offrire però un idoneo bilanciamento e una valida alternativa alla categoria giuridica dello Stato-Nazione, necessaria per fronteggiare le sfide che la globalizzazione pone all’Europa.
All’origine del deficit democratico europeo c’è infatti quella che Frizt Scharp ha definito come asimmetria tra integrazione negativa (mediante l’eliminazione di normative nazionali) e integrazione positiva (mediante regolamentazione europea), che ha reso possibile il grande successo di movimenti populisti (paradigmatico tra tutti il successo del Front National di Marine Le Pen in Francia) i quali suggeriscono di fare un passo indietro e di tornare “al sicuro” ciascuno nel proprio Stato-Nazione, visto come il luogo in cui il cittadino viene tutelato sicuramente di più che in un’Unione Europea così concepita.
Che tale asimmetria, intesa come la contraddizione tra lo Stato nazionale e l’ordine internazionale, caratterizzi fin dall’inizio la storia della costruzione dell’unità europea, indica come il problema affrontato abbia un carattere strutturale e non meramente incidentale, rendendone pertanto più difficile la risoluzione.

2. Due punti di vista.
Il punto di vista di Dieter Grimm è quello di una Übersicht – espressione che si potrebbe tradurre con “visione d’insieme”- in quanto affronta questo tema attraverso una prospettiva più generale che indaga il rapporto tra gli organi dell’UE, in particolar modo il rapporto tra il Parlamento europeo e il Consiglio, con considerazioni sociologiche oltre che politiche, allo scopo di risalire alle cause che hanno prodotto l’attuale stato di crisi istituzionale europea.
Il punto di vista di Guarino, invece, appare più specifico, poiché non offre propriamente una visione d’insieme, organica, ma, con un approccio che si potrebbe definire genealogico, cerca di trovare il o i responsabili, il singolo evento, il singolo atto o i singoli atti giuridici in virtù dei quali sono state legittimate determinate politiche: la prospettiva di Guarino è dunque finalizzata al controllo di un principio di coerenza della legislazione più recente rispetto ai fondamenti giuridici originari dell’UE.

3. La tesi del Prof. Dieter Grimm.

3.1. Il deficit democratico e il ruolo del Parlamento Europeo.
Passando ad un’analisi più specifica, il saggio di Dieter Grimm affronta il problema del deficit democratico attraverso la confutazione della convinzione, secondo Grimm fin troppo ottimista, per la quale il soggetto predestinato a risolvere i problemi di legittimazione dell’Unione Europea sia il Parlamento. Ritenere che il semplice aumento delle competenze del Parlamento Europeo corrisponda automaticamente a un suo rafforzamento e a una possibile risoluzione del deficit democratico dell’Unione Europea è fondamentalmente inesatto e le ragioni si annidano in problemi strutturali, quali la crisi del concetto stesso di rappresentatività e la necessità, presente soprattutto a livello europeo, ma propria di ogni parlamento, di essere in grado di soddisfare la legittimazione democratica propria di ogni unità politica.
Il deficit rappresentativo, infatti, non è un problema del solo Parlamento europeo, ma è presente, seppur in misura minore, anche nei Parlamenti nazionali, nei quali il pluralismo diffuso dei valori favorisce l’astensionismo degli elettori e la tecnicizzazione e l’internalizzazione della politica hanno causato uno sbilanciamento nel rapporto tra gli organi tale che il peso si sposta dal potere legislativo a quello esecutivo e giudiziario, con la conseguente sostituzione delle discussioni e delle decisioni con gli accordi e con le negoziazioni.
Tutte queste dinamiche sono presenti anche a livello europeo, ma con le aggravanti rappresentate dalla frammentazione nazionale e dalla mancanza del nesso, nonostante tutto ancora presente nei parlamenti nazionali, tra le elezioni e il lavoro del Parlamento, ovvero tra delega e responsabilità. Questo nesso è, secondo l’autore, imprescindibile per costruire un sistema democratico, poiché costituisce uno degli elementi fondamentali per soddisfare quella necessità di legittimazione democratica propria di ogni unità politica.
Ciò che compromette fortemente la realizzazione di questo presupposto sono i limiti del sistema elettorale disegnato per il Parlamento europeo. In primo luogo, sottolinea Grimm, le elezioni europee non sono europeizzate, per cui negli stati membri le elezioni dei contingenti vengono svolte separatamente e secondo regole che non rispecchiano l’estensione demografica dei paesi.
In secondo luogo, il voto europeo è regolato dalla normativa elettorale nazionale, per cui di fatto si eleggono solamente partiti nazionali che incentrano la campagna elettorale su temi nazionali, con la conseguenza che tali partiti non appaiono affatto come soggetti attivi nel Parlamento europeo. In esso, infatti, sono attivi i partiti europei, ovvero alleanze di partiti nazionali ideologicamente affini che, però, non hanno radici nella società.
Questo è forse il limite principale del Parlamento europeo: la mancanza di relazione tra i partiti europei e la società che li esprime, quindi tra delega e responsabilità. Infine, un altro fattore di debolezza è costituito dall’autonomia dei poteri esecutivo e giudiziario, fenomeno che si verifica anche nei parlamenti nazionali, ma che nel Parlamento europeo è particolarmente drammatico considerato il livello di autonomia della Commissione e della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), rispetto ai processi democratici, inedito per qualunque altro stato membro.

3.2. Il processo di autonomizzazione dei poteri esecutivo e giudiziario.
Questo processo di “autonomizzazione” è stato avviato storicamente, secondo l’autore, attraverso due cambiamenti decisivi per la storia europea: le sentenze delle CGUE che hanno conferito al diritto europeo il primato rispetto al diritto nazionale, nonché la sua diretta applicabilità negli Stati membri, e l’Atto unico europeo (1986), che ha permesso al Consiglio di decidere a maggioranza, invece che all’unanimità.
Il primo cambiamento ha di fatto avviato il processo della cosiddetta costituzionalizzazione dei Trattati, nel senso che i trattati di diritto internazionale si sono trasformati, dal punto di vista funzionale, in una Costituzione.
Questa novità, forse la più decisiva, ha di fatto sottratto agli stati membri il potere di accompagnare e di mediare la creazione del Mercato comune.
Non era più necessaria la loro partecipazione come intermediari: la Commissione e la CGUE potevano svolgere tale compito da sé semplicemente negando l’applicabilità del diritto nazionale laddove, a loro avviso, esso ostacolasse la libera circolazione economica.
Questo problema è stato messo in luce anche da altri osservatori, “Il principio secondo cui la rappresentanza dei cittadini è garantita in modo degressivamente proporzionale fissato dall'art.14 TUE implica una prima distorsione in conseguenza della quale i Paesi più piccoli sono sovra rappresentati rispetto a quelli di maggiori dimensioni come stabilito dalla decisione del Consiglio Europeo del giugno 2013 che ha definito il numero di parlamentari da eleggersi in ciascuno Stato membro: «di modo che ciascun deputato al Parlamento europeo di uno Stato membro più popolato rappresenti più cittadini di ciascun deputato di uno Stato membro meno popolato ma, al contempo, più uno Stato membro è popolato, più abbia diritto a un numero di seggi elevato»”. (A. Gratteri, Parlamento e Commissione: il difficile equilibrio fra rappresentanza e governabilità nell'Unione europea, in La Comunità Internazionale, LXIX, 2, 2014, p. 241).
Nelle parole di Grimm: «le costituzioni solitamente regolamentano il processo di decisione politica, mentre le decisioni stesse sono riservate alla politica democratica, di modo che l’esito delle elezioni possa influirvi. I Trattati invece decidono direttamente da sé. Sono colmi di regole che abitualmente si trovano non nella Costituzione ma nelle leggi» (p. 6).
La scelta di accettare la diretta applicabilità delle norme di diritto comunitario e di trasferire a livello costituzionale decisioni che spettano di regola alla politica democratica, oltre ad introdurre un elemento di rigidità nel sistema, costituisce una delega pericolosa tale per cui le decisioni vengono prese in modo praticamente automatico, senza tener conto delle differenze presenti nei singoli stati. La costituzionalizzazione dei Trattati, infatti, li pone probabilmente al riparo da un’inversione della loro prassi per vie politiche.
Il secondo cambiamento, introdotto dall’Atto unico europeo (1986), mina alla radice l’iniziale soluzione adoperata dall’UE per ridurre il deficit democratico attraverso una sorta di democrazia “di riflesso” rispetto agli Stati membri. Il Consiglio, organo di centrale importanza per quanto riguarda l’aspetto decisionale dell’Ue, in cui sono rappresentati gli Stati membri, garantiva, attraverso l’unanimità, che nessuno Stato membro fosse tenuto al rispetto di atti normativi che non avesse prima approvato.
Il fatto che l’Atto Unico Europeo (1986) renda possibile decidere a maggioranza, comporta inevitabilmente la possibilità che uno stato membro sia soggetto ad una norma che questi non ha approvato.
Nonostante il tentativo di bilanciare questa scelta, giudicata necessaria dato l’incremento del numero degli stati membri coinvolti, attraverso il rafforzamento del potere del Parlamento, questa operazione rappresenta, per Grimm, il primo passo verso un progressivo abbandono di quello che era stato da sempre il pilastro della legittimazione democratica dell’Unione europea: la legittimazione eteronoma attraverso gli Stati membri. In questo modo, dunque, senza il prezioso contributo del Consiglio nel determinare gli obiettivi comuni, l’UE diventa ancora più autonoma rispetto agli Stati membri.
Una parlamentarizzazione dell’UE sostituirebbe una, seppur imperfetta, legittimazione eteronoma attraverso gli Stati, con una legittimazione endogena attraverso il Parlamento che, secondo l’autore, non avrebbe le risorse necessarie per sostenere una tale responsabilità.
Il mero accrescimento del numero delle competenze del Parlamento europeo non risolverebbe infatti quel deficit di rappresentatività che gli impedisce di soddisfare la necessità di legittimazione democratica: esso resterebbe comunque distante dalla società, non potendo realmente fungere da mediatore tra i cittadini dell’Unione e gli organi europei.
Ancora una volta, quindi, secondo Grimm, si toglierebbe potere al Consiglio – inteso sia come Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo, sia come Consiglio dei ministri – al quale si ricorrerebbe soltanto in quanto organo competente per le modifiche dei Trattati, senza un idoneo bilanciamento, dato che il Parlamento europeo diventerebbe semplicemente una sorta di legislatore “junior”, privo di influenza sul personale e sulle finanze.
Ancora una volta, dunque, si creerebbe un’ asimmetria negativa. Invito al dibattito. Quali prospettive per risolvere il deficit democratico? Due sarebbero, secondo l’autore, le strade percorribili al fine di ridurre il deficit democratico dell’Unione europea: porre fine all’emancipazione della Commissione e della CGUE rispetto ai processi democratici che si svolgono nell’UE e negli Stati membri; eliminare, o quanto meno ridurre, il deficit rappresentativo del Parlamento, mettendolo nelle condizioni di condizionare le decisioni politiche e di soddisfare la necessità di legittimazione democratica propria di ogni unità politica.
Per quanto riguarda il primo aspetto, per arginare tale emancipazione occorre, secondo Grimm, limitare il contenuto dei Trattati ai profili costituzionali, ovvero ai fini, alle competenze, agli organi e alle procedure dell’UE, nonché ai diritti fondamentali europei.
In questo senso, quindi, le disposizioni sulle politiche dell’UE dovrebbero essere declassate al rango di norme di diritto ordinario, affinché nell’UE diventi possibile “modificare il corso giurisprudenziale pro futuro attraverso la politica, attraverso una modifica della legislazione”.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, invece, al fine di ridurre il deficit rappresentativo del Parlamento europeo, è necessaria una decisiva europeizzazione delle elezioni europee e la fondazione di veri partiti europei, che entrino in contatto con la società, che si presentino alle elezioni con programmi europei e che poi convoglino le opinioni e gli interessi europei dei loro elettori nel processo decisionale che si svolge a Bruxelles.
Tra l’alternativa fra gli “Stati Uniti d’Europa” e gli “Stati-nazione”, Grimm individua una terza via che non può tuttavia prescindere dagli Stati-nazione: essi sono infatti condizione necessaria per garantire un fondamento democratico all’Unione (democrazia di “riflesso”), ma non sufficiente per contrastare la complessità del mondo globalizzato.
Date queste premesse, allora, l’Europa di Grimm può e deve andare avanti solo come un’associazione di scopo tra Stati, al fine di espletare quelle funzioni e quei compiti che gli Stati non sono più in grado di svolgere efficacemente da soli; ma non può ambire a replicare quell’ideale di patria, quel legame emozionale esistente solo nell’ambito dello Stato-nazione.
La posizione di Grimm sembra dunque suggerire che, apportando modifiche procedurali – limitando il potere della Commissione e della CGUE e “alleggerendo” il Trattato dalle questioni che devono essere decise a livello politico – si abbia automaticamente (è qui l’ottimismo) un miglioramento della democrazia sostanziale. Una semplice associazione di scopo tra Stati, in buona parte già esistente, rifletterebbe senz’altro il regime di mezza luce (per usare l’espressione di Giacomo Marramao) in cui si trova oggi l’Europa.

martedì 21 gennaio 2014

UE: Il lavoro a tempo parziale aumenta il rischio di povertà lavorativa?


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Commissione europea

Comunicato stampa

Bruxelles, 21 gennaio 2014

Al centro del rapporto annuale su occupazione e sviluppi sociali la necessità di affrontare i rischi della povertà lavorativa

Il sensibile aumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa è una delle conseguenze sociali più tangibili della crisi economica. Per un'inversione di tendenza potrebbe non essere sufficiente una riduzione graduale dei livelli di disoccupazione, se si dovesse confermare la polarizzazione delle retribuzioni, dovuta in particolare all'aumento del lavoro a tempo parziale.

È questa una delle principali conclusioni del rapporto 2013 su occupazione e sviluppi sociali in Europa, che esamina anche l'impatto positivo che le prestazioni sociali hanno sulla probabilità di ritorno al lavoro, le conseguenze dei persistenti squilibri di genere e la dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria.
Il rapporto dimostra come l'accettazione di un posto di lavoro possa aiutare a uscire dalla povertà, anche se ciò è vero solo nella metà dei casi: molto dipende dal tipo di lavoro trovato e anche dalla composizione del nucleo familiare e dalla situazione del partner sul mercato del lavoro.
"Per una ripresa duratura, che non si limiti soltanto a ridurre la disoccupazione, ma faccia anche diminuire la povertà, dobbiamo preoccuparci non solo della creazione di posti di lavoro, ma anche della loro qualità", ha dichiarato László Andor, Commissario per l'Occupazione, gli affari sociali e l'integrazione.

Impatto positivo delle prestazioni sociali e delle indennità di disoccupazione.
L'analisi condotta nel rapporto dimostra anche che, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, i beneficiari di prestazioni di disoccupazione hanno maggiori probabilità di trovare lavoro rispetto a coloro che non ne percepiscono (a parità delle altre condizioni). Ciò vale in particolare nel caso in cui i sistemi di prestazioni siano ben congegnati (prevedano, ad esempio, prestazioni decrescenti nel tempo) e siano integrati da opportune condizioni, come l'obbligo di cercare un lavoro. Questi sistemi tendono a favorire un miglior matching delle competenze e quindi l'occupazione di posti di lavoro di maggiore qualità, aspetto questo che contribuisce a sua volta all'uscita dalla povertà.
Il rapporto sottolinea inoltre che in alcuni paesi (ad esempio, Polonia, Bulgaria) una percentuale significativa dei disoccupati non dispone delle comuni reti di sicurezza (prestazioni di disoccupazione, assistenza sociale) e tendenzialmente fa affidamento sulla solidarietà familiare o su un'occupazione informale. I disoccupati che non percepiscono prestazioni di disoccupazione hanno minori probabilità di trovare un lavoro in quanto è meno probabile che beneficino di misure di attivazione e non hanno l'obbligo di cercare un lavoro per beneficiare delle prestazioni.

Persistono le differenze di genere
Anche se la crisi ha determinato una riduzione di alcune differenze di genere di cui sono state tradizionalmente vittime le donne (riduzione dovuta principalmente al fatto che sono i settori con occupazione a prevalenza maschile a essere stati colpiti maggiormente dalla crisi), persistono differenze di genere per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, le retribuzioni e il rischio di povertà. Inoltre le donne tendono ancora a lavorare complessivamente meno ore degli uomini e questo, per quanto possa rispecchiare preferenze individuali, determina comunque minori possibilità di carriera, retribuzioni più basse e in prospettiva pensioni più modeste, e anche un sottoutilizzo del capitale umano e di conseguenza una crescita economica e una prosperità minori. Le differenze di genere possono quindi dar luogo a costi economici e sociali e andrebbero contrastate efficacemente ogniqualvolta derivino da barriere o vincoli istituzionali o sociali.
Quanto alla differenza di genere in termini di ore lavorate, tra gli Stati membri si possono chiaramente individuare alcuni modelli: in alcuni casi una percentuale elevata di donne lavora, ma con orari di lavoro relativamente più brevi (ad esempio, nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria e nel Regno Unito), mentre in altri la partecipazione femminile è più bassa, ma le donne, una volta occupate, tendono a lavorare con un orario di lavoro relativamente più lungo (in molti paesi dell'Europa centrale e orientale, in Spagna e in Irlanda). Solo alcuni Stati membri (soprattutto i paesi nordici e i paesi baltici) riescono a coniugare tassi di occupazione femminile elevati e una differenza di genere modesta in termini di ore lavorate. A quanto pare, un efficace mix di politiche comprende: la parità di orario di lavoro tra uomini e donne, lavoro flessibile ampiamente disponibile, incentivi alla divisione del lavoro non retribuito all'interno della coppia e servizi all'infanzia favorevoli all'occupazione e accessibili, anche in termini di costi, con orari prolungati di asili e asili nido.

Dimensione sociale dell'UEM
I divari macroeconomici, sociali e occupazionali tuttora crescenti minacciano gli obiettivi fondamentali dell'Unione sanciti dai trattati, ossia vantaggi generalizzati attraverso la promozione della convergenza economica e miglioramento della vita dei cittadini negli Stati membri. Il rapporto 2013 dimostra come le basi dei divari attuali siano state poste nel corso dei primi anni di introduzione dell'euro, giacché in alcuni Stati membri una crescita squilibrata, fondata sull'aumento del debito alimentato da bassi tassi di interesse e su massicci afflussi di capitale, è stata spesso associata a un andamento deludente della produttività e della competitività.
Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale e la sua efficacia dipende da molti fattori come il grado di apertura dell'economia, la vivacità della domanda esterna e l'esistenza di politiche e di investimenti che promuovano la competitività non di prezzo.

Nell'ottobre del 2013 la Commissione ha proposto un rafforzamento della sorveglianza degli sviluppi sociali e occupazionali con la comunicazione "Potenziare la dimensione sociale dell'unione economica e monetaria" (cfr. IP/13/893). A lungo termine e a seguito delle modifiche introdotte dal trattato, è ipotizzabile una capacità di bilancio dell'UEM: la sua funzione di assorbimento degli shock potrebbe integrare gli attuali strumenti di coordinamento delle politiche.


Link originale: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_14_43

venerdì 7 giugno 2013

PRISM: come la NSA prende i nostri dati senza autorizzazione direttamente da Google, Apple e Facebook ed altri

NSA Prism program taps in to user data of Apple, Google and others
• Top-secret Prism program claims direct access to servers of firms including Google, Apple and Facebook
• Companies deny any knowledge of program in operation since 2007 

First published on Fri 7 Jun 2013 20.23 BST


The National Security Agency has obtained direct access to the systems of Google, Facebook, Apple and other US internet giants, according to a top secret document obtained by the Guardian.
The NSA access is part of a previously undisclosed program called Prism, which allows officials to collect material including search history, the content of emails, file transfers and live chats, the document says.
The Guardian has verified the authenticity of the document, a 41-slide PowerPoint presentation – classified as top secret with no distribution to foreign allies – which was apparently used to train intelligence operatives on the capabilities of the program. The document claims "collection directly from the servers" of major US service providers.
In a statement, Google said: "Google cares deeply about the security of our users' data. We disclose user data to government in accordance with the law, and we review all such requests carefully. From time to time, people allege that we have created a government 'back door' into our systems, but Google does not have a back door for the government to access private user data."Although the presentation claims the program is run with the assistance of the companies, all those who responded to a Guardian request for comment on Thursday denied knowledge of any such program.
Several senior tech executives insisted that they had no knowledge of Prism or of any similar scheme. They said they would never have been involved in such a program. "If they are doing this, they are doing it without our knowledge," one said.
An Apple spokesman said it had "never heard" of Prism.
The NSA access was enabled by changes to US surveillance law introduced under President Bush and renewed under Obama in December 2012.

Prism
 Prism Photograph: Guardian
The program facilitates extensive, in-depth surveillance on live communications and stored information. The law allows for the targeting of any customers of participating firms who live outside the US, or those Americans whose communications include people outside the US.
It also opens the possibility of communications made entirely within the US being collected without warrants.
Disclosure of the Prism program follows a leak to the Guardian on Wednesday of a top-secret court order compelling telecoms provider Verizon to turn over the telephone records of millions of US customers.
The participation of the internet companies in Prism will add to the debate, ignited by the Verizon revelation, about the scale of surveillance by the intelligence services. Unlike the collection of those call records, this surveillance can include the content of communications and not just the metadata.
Some of the world's largest internet brands are claimed to be part of the information-sharing program since its introduction in 2007. Microsoft – which is currently running an advertising campaign with the slogan "Your privacy is our priority" – was the first, with collection beginning in December 2007.
It was followed by Yahoo in 2008; Google, Facebook and PalTalk in 2009; YouTube in 2010; Skype and AOL in 2011; and finally Apple, which joined the program in 2012. The program is continuing to expand, with other providers due to come online.
Collectively, the companies cover the vast majority of online email, search, video and communications networks.

Prism
 Prism Photograph: Guardian
The extent and nature of the data collected from each company varies.
Companies are legally obliged to comply with requests for users' communications under US law, but the Prism program allows the intelligence services direct access to the companies' servers. The NSA document notes the operations have "assistance of communications providers in the US".
The revelation also supports concerns raised by several US senators during the renewal of the Fisa Amendments Act in December 2012, who warned about the scale of surveillance the law might enable, and shortcomings in the safeguards it introduces.

giovedì 24 novembre 2011

Apple iTunes ha permesso ai governi di spiare gli utenti per tre anni


I lettori di „Uropia, il protocollo Maynards“ e in genere i frequentatori di questo Blog saranno abituati alla raccolta di informazioni, testimonianze ed articoli che rappresentano le basi tecnologiche, giuridiche ed informatiche sulle quali la distopia del romanzo è costruita.

Troverete infatti in questo e nei post precedenti e successivi una collezione di informazioni direttamente tratte dal web, senza commenti o censure, dalle fonti originali –errori tipografici compresi!- e con i link relativi.



"Apple iTunes flaw 'allowed government spying for 3 years'

An unpatched security flaw in Apple’s iTunes software allowed intelligence agencies and police to hack into users’ computers for more than three years, it’s claimed.

Apple's iTunes software is installed on more than a quarter of a billion computers
By Christopher Williams, Technology Correpsondent
1:27PM GMT 24 Nov 2011
A British company called Gamma International marketed hacking software to governments that exploited the vulnerability via a bogus update to iTunes, Apple's media player, which is installed on more than 250 million machines worldwide.
The hacking software, FinFisher, is used to spy on intelligence targets’ computers. It is known to be used by British agencies and earlier this year records were discovered in abandoned offices of that showed it had been offered to Egypt’s feared secret police.
Apple was informed about the relevant flaw in iTunes in 2008, according to Brian Krebs, a security writer, but did not patch the software until earlier this month, a delay of more than three years.
“A prominent security researcher warned Apple about this dangerous vulnerability in mid-2008, yet the company waited more than 1,200 days to fix the flaw,” he said in a blog post.
"The disclosure raises questions about whether and when Apple knew about the Trojan offering, and its timing in choosing to sew up the security hole in this ubiquitous software title."
On average Apple takes just 91 days to fix security flaws after they are disclosed, Mr Krebs wrote.
Francisco Amato, the Argentinian security researcher who warned Apple about the problem suggested that "maybe they forgot about it, or it was just on the bottom of their to-do list".
In response to reports that FinFisher targeted iTunes, Apple has said that it works "to find and fix any issues that could compromise systems".
"The security and privacy of our users is extremely important,” a spokeswoman said.
This month's iTunes update 10.5.1 explained that "a man-in-the-middle attacker may offer software that appears to originate from Apple", adding that the "issue has been mitigated".
Gamma International has not commented on the matter. Registered in Winchester, the firm is one of several companies that sell computer hacking services to governments. They offer "zero day" security flaws, which have not been publicly disclosed, so attempts to exploit them are unlikely to be detected by anti-virus programs."
(The Telegraph, 24.11.2011, Christopher Williams)